


VITERBO - La vicenda della rapina nella gioielleria viterbese Bracci continua a costare cara per i mandanti e i due banditi: i fatti, risalenti all’ora di pranzo del 14 marzo 2018, videro il titolare del negozio costretto a difendersi con quattro spari, dopo che il gesto di Ignazio Salone e Stefan Grancea – con un bottino dal valore di 100 mila euro – aveva seminato panico tra Corso Italia e Piazza Verdi. I rapinatori sono stati condannati in via definitiva.
Lo stesso proprietario è stato convocato all’udienza del processo, tenutosi ieri, a carico di Giuseppe Trovato, il 49enne lametino noto per la vicenda “Mafia viterbese”, il ristoratore campano Antonio Loria, ormai risiedente a Viterbo e la 28enne polacca Jenela Grancea, compagna e palo durante il misfatto di uno dei due autori materiali del gesto.
Tutto è iniziato quando Ignazio Salone e Stefan Grancea erano entrati nel negozio, prossimo alla chiusura e con il suo proprietario, la sua collega e cugina, un rappresentante e un collaboratore dentro. La cugina del titolare, avvicinatasi alla porta, è stata riportata all’interno della gioielleria da uno dei rapinatori, che le ha puntato la pistola alla testa dicendo “Fermi tutti, questa è una rapina”. I due, senza volto coperto, hanno portato il personale del negozio in una sala meno esposta, dove il dipendente è stato legato e il proprietario si è opposto, avendo ai tempi un braccio rotto. Gli autori dell’irruzione avevano chiesto i gioielli.
La vittima ha dichiarato di aver sparato tre colpi a terra con la pistola che detiene regolarmente, sperando che uno dei rapinatori armati non entrasse. Invece ciò successe: aveva preso in ostaggio la cugina dell’uomo e l’aveva usata come scudo. Durante una colluttazione, il titolare del negozio aveva sparato un nuovo colpo: nella foga il rapinatore si era ferito a una mano ed era scappato verso l’uscita. Uscita anche la vittima della rapina, aveva visto una macchina muoversi in modo strano e aveva capito che si trattava di quella dei malfattori. L’uomo aveva chiesto ai passanti di scattare foto alla sua targa.