

di Massimiliano Morelli
Una cosa è certa, lo sport non sta certo offrendo buoni esempi, l’ultimo tassello del pasticcio lo regalano due tennisti azzurri che si sono sfidati agli Autralian open, Fognini e Caruso, certo non Rod Laver tanto meno Bjorn Borg. I due italiani si sono guardati in cagnesco tutto il match e alla fine sono volati gli stracci fra due che avevano in palio il passaggio al terzo turno dell’open oceanico, neanche la finale. Non regalano esempi da libro “Cuore” pure il presidente della Juventus Agnelli e l’allenatore interista Conte. Il dito medio dell’uno fa il paio con le maleparole dell’altro, l’inciviltà regna sovrana. Non se le sono mandate a dire neanche Ibrahimnovic e Lukaku in un recente derby, e poco importa se nelle ultime settimane lo svedese del Milan abbia vissuto momenti da far-west anche con l’atalantino Zapata e col cagliaritano Godin. Eliminato il “problema” dei facinorosi da stadio “grazie” alle regole della pandemia, sorge il problema dei rissosi dello sport, e verrebbe da aggiungere che da gente che guadagna valanghe di denaro non ci si dovrebbe aspettare comportamenti simili. Ma sarebbe retorica, pura retorica. Lo sport non è certo affare da educande, ma diventa lecito chiedersi dove sia finito il buongusto dell’educazione. Colpisce in positivo invece Ennio Cuccuini, dirigente del Montefiascone calcio. Intervistato nel corso del tg di TeleLazioNord, alla domanda legata allo stop del calcio dilettantistico, non ha acceso i riflettori sulla sua prima squadra, ma sulla scuola calcio, aprendo un mondo su un tema quanto mai importante ma fin troppo dimenticato dai padroni del vapore e di chi ne fa le veci. Mentre ci si preoccupa della compressione delle gare in calendario del “dio football” (poveretti, mercoledì hanno la Champions e domenica il campionato, chissà se ce la faranno), ci sono migliaia di ragazzini ai quali è stato tolto il gioco più bello del mondo. E non basterebbe una Treccani per raccontare quanto male sia stato fatto a chi cominciava a correre dietro un pallone. Sì, è la pandemia che li costringe a casa. E va bene. Ma quelli del “grande sport” dovrebbero avere più rispetto.