

di Massimiliano Morelli
Febbraio duemilaventuno, il reddito di cittadinanza non a tutti è arrivato. Serviva comunicare all’Ente preposto al pagamento il codice Isee. Secondo voi quanti beneficiari sapevano questa novità? Ben pochi. Qualcuno, visto che il 27 è andato allo sportello a prelevare e non ha trovato “danè”, ha chiesto lumi. Chi a un amico, chi all’amico di un amico che ha come amico un commercialista. Così s’è scoperta la “magagna” e c’è stata la corsa alla ricerca di questo benedetto codice, con la risposta, da parte dell’Ente preposto, che i soldini sul conto sarebbero stati versati il 15 marzo. Ma non tutti hanno avuto il sorriso stampato sul volto nel momento in cui, dopo aver inserito la scheda-similbancomat delle Poste, ovviamente dopo il 15 marzo, l’hanno poi ripresa senza poter prelevare. Perché di emolumenti ancora nulla. Insomma, nel Paese dove il ceto povero resta povero non solo di denaro, ma anche di risposte, ci si “arrabbatta” fino al prossimo 27 del mese, sperando di poter trovare sul proprio conto il dovuto. Così ci si rende conto di quanto riesca a regnare la burocrazia seppur al cospetto di una emergenza sociale rappresentata da oltre un milione di poveri assoluti in più nel 2020 certificato dall’Istat. Una ulteriore povertà innescata dal coronavirus. A febbraio intanto sono scese a poco più di un milione le famiglie che hanno beneficiato del reddito o della pensione di cittadinanza con un importo medio di 564 euro e circa 2,3 milioni di persone coinvolte. I dati del consueto monitoraggio Inps fotografano una netta diminuzione rispetto al mese precedente, quando i nuclei beneficiari erano duecentomila in più, dovuta però a motivazioni tecniche, vale a dire all’aggiornamento della dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), indispensabile per poter proseguire con l’erogazione dell’assegno, che può essere stata presentata in ritardo o aver provocato la decadenza del beneficio.