ANNO 16 n° 272
''Quel brivido che solo i facchini
sanno trasmettere''
Il racconto di Fabio Ernesti che da cinquant'anni torna a Viterbo per Santa Rosa: ''Un trasporto fatto di cuore, cervello e forza''
03/09/2019 - 06:50

VITERBO - Da cinquant’anni vive a Bologna ma ogni settembre torna a Viterbo per assistere al trasporto della macchina di santa Rosa.

Si chiama Fabio Ernesti e appartiene ad una delle più antiche famiglie viterbesi, mezzo secolo fa ha portato con sé a Bologna l’amore per la città dei papi, ma le sue radici sono rimaste qui, ed ogni anno torna per ritrovare i luoghi della sua infanzia.

Dalla lettera che segue si percepisce l’ amore che un viterbese prova per il “campanile che cammina” e per i suoi portatori, e in questo momento in cui l’ennesima polemica mina la compattezza del gruppo dei cavalieri di Santa Rosa, ricorda a tutti il vero spirito del trasporto della macchina, Ernesti infatti attraverso poche righe mette l’accento sui tre pilastri principali che sorreggono la macchina stessa: Fede, Forza e soprattutto Unione:

''I Facchini sono i protagonisti del 3 settembre, seguendoli nel percorso delle Sette Chiese, al ritiro nel convento dei Cappuccini, alla sfilata trionfale verso la Macchina, si percepisce il sentimento di affetto e riconoscenza che i viterbesi nutrono nei loro confronti.

Le Macchine cambiano nel tempo, si modificano, si modernizzano, ma sono strutture inerti che, osservate nella staticità, non trasmettono alcuna emozione.

I Facchini sono e restano quelli di sempre, non certo fisicamente, ma pur sostituendo i predecessori, assimilano le medesime caratteristiche secolari e riescono a infondere negli spettatori i sentimenti di riconoscenza e ammirazione.

Sono uomini che, spinti dalla fede verso S. Rosa, affrontano il trasporto, consapevoli di svolgere un rito che si tramanda nei secoli.

Trasportano la Macchina con il cuore, perché lo stimolo è il sentimento; con il cervello, perché bisogna operare insieme in modo intelligente; con le braccia, perché necessita una forza notevole per poter portare a compimento l’opera.

I Facchini dimostrano che l’unione e la solidarietà sono le basi indispensabili per raggiungere il risultato.

Quando dal Monastero di S. Rosa, percorrono le strade cittadine, in un tripudio di folla che li acclama, sono storditi da quell’ entusiasmo e dalla preoccupazione per la prova che dovranno affrontare.

Da Piazza Fontana Grande finalmente vedono avanti a loro l’imponente mole della Macchina che immobile e illuminata li aspetta.

In quel momento un brivido corre nella schiena, tra poco arriverà il momento della verità, i vecchi pensano agli altri trasporti e sperano che anche questo vada bene, gli esordienti sono preoccupati perché non conoscono quel che dovranno affrontare.

Non badano alla fiera delle vanità (altro titolo di importante libro) messa in scena dalla pletora dei fanatici, presenzialisti e vanagloriosi che per l’occasione hanno indossato la cravatta, donata loro dal Sodalizio.

Il Capo Facchino, prima di dare l’ordine del “sollevate e fermi “, urla la domanda alla quale ognuno, con convinzione e sicurezza deve rispondere: Semo tutti d’un sentimento?

E’ un richiamo alla responsabilità che deve avere come risposta un sì inequivocabile e corale, come un giuramento collettivo.

Non esistendo coesione, il trasporto potrebbe diventare pericoloso, ogni facchino è consapevole del suo compito e lo svolge con impegno, per la sua dignità e per il bene dei suoi compagni, perché sa che ogni tentennamento, ogni riluttanza, ogni incertezza, ricadrebbe sugli altri che faticano e soffrono con lui.

Il Trionfale trasporto della Macchina (così appare nei manifesti antichi, esposti dallo storico e collezionista Mauro Galeotti) ha inizio; lo sforzo è notevole, ma i Facchini proseguono, la fatica aumenta ma si deve arrivare alla fine. Ad ogni sosta,la meta diventa più vicina.

Poi finalmente, davanti al Santuario, la Macchina viene appoggiata sui cavalletti e i Facchini possono liberarsi di quel pesante fardello e considerare conclusa quella stupenda e irripetibile giornata.

I presenzialisti si congratulano tra di loro, come fosse stato merito loro, come se loro avessero partecipato alla fatica.

I Facchini li ignorano, abbracciano i compagni più vicini, con i quali hanno condiviso la sofferenza.

I più giovani, quelli al primo trasporto, pacatamente piangono dall’emozione per esser riusciti in un’impresa che tanto desideravano.

I veterani li confortano, ma anche loro sono commossi perché anche questa volta hanno superato egregiamente la prova.

E poi finalmente arriva il premio tanto atteso: i Facchini abbracciano le mogli, le madri, le sorelle, i figli che sono venuti ad aspettarli e che, con fare amorevole, mettono sulle loro spalle una giacca per proteggerli, perché hanno sudato molto, e si stringono a loro, e insieme a braccetto o tenendosi per mano, con i figli piccoli in braccio, si avviano alle loro case.

Lungo il percorso, ai conoscenti e agli amici chiedono notizie, rispondono minimizzando sulla loro fatica perché non si sentono eroi ma volontari che hanno portato a compimento un’intima promessa.

Domani ritorneranno quelli di sempre, l’impiegato, il commerciante, l’artigiano, l’operaio, il professionista, l’agricoltore, ma questa sera sono stati i Facchini che effettuarono il Trionfale trasporto della Macchina di S. Rosa.

Facchine dateje''.

Fabio Ernesti






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