

VITERBO - Stava seduta davanti a me, con il viso rilassato e sorridente. E il corpo annodato. Le dita delle mani intrecciate, le spalle chiuse in dentro, il busto leggermente inclinato da un lato e le gambe accavallate strettissime. Una donna ancora giovane. Mi parlava con voce pacata e gentile. Gli occhi, a tratti, divagavano velocemente, con un movimento che puntava in direzioni diverse in sequenza veloce e disordinata. In quei momenti, nella voce passava un tremito, una vibrazione.
“Vorrei riconquistare un po’ di sicurezza. Sa, alla mia età ci si mette in discussione”. La seconda frase la porge come un vassoio con teiera e pasticcini.
“Sono sposata. Da sedici anni. Sento il bisogno di una ricerca personale, di qualcosa da dedicare a me stessa. Gli impegni di lavoro e familiari mi assorbono così tanto…” Sorride con il sorriso di un’annunciatrice televisiva. E gli occhi, intanto, si fanno un giretto allarmato verso nessun punto in particolare.
Accenna ancora ad un sorriso e con voce assai meno televisiva dice “Siamo ai ferri corti, con mio marito”.
Torna al tono da annuncio: “Per carità, condividiamo valori, siamo uniti da forti convinzioni. Ma mi sento giudicata da lui. Giudicata e svalutata. Soprattutto nella gestione del figlio. Lo abbiamo adottato più di due anni fa.”
Una pausa, giusto il tempo di rialzare di poco una ciocca di capelli sulla tempia, poi le mani si riavvinghiano. “Lui alza la voce, spesso. Sembra accusarmi di non saper fare la madre. E ha dubbi sulla normalità del bambino. Dice che non è normale che ancora non si esprima, non parli. E che pianga.”
Abbassa un poco la voce: “Non che litighiamo sempre, no, per carità. Le differenza tra noi sono sempre esistite. Abbiamo normali divergenze. Come capita. Non crede?”
Respira a ritmo rapido, con respiri brevi. Il torace quasi non si muove, mentre lo fa. “Anche se da quando è arrivato il bambino, i diverbi sono aumentati. In quantità. E intensità. A volte provo rabbia. Tanta rabbia. E piango. Di nascosto al bambino, naturalmente”. Lo dice come altri dicono che il caffè lo prendono ben caldo, senza zucchero e al vetro.
“Quando capita che discutiamo in quel modo, insomma dopo un alterco con mio marito, ci scambiamo un bacio davanti al bambino. Per fargli vedere che ci siamo riappacificati. Per la sua serenità. Anche quando non me la sentirei di farlo. E’ la soluzione migliore per lui, no?”
Io faccio il coach. Alleno persone ad usarsi al meglio, con programmi brevi d’incontri, per raggiungere gli obiettivi che desiderano. Lo faccio per persone sanissime che vogliono “vivere meglio assai”. A volte, insieme a psicoterapeuti, lo faccio per persone che hanno disturbi. In ogni caso, lo faccio cercando di entrare nella logica dell’altro, nel suo modo di essere e di stare. Non giudico; cerco di capire come le persone funzionano.
Lo farei anche davanti al marito di quella donna che ha costruito un equilibrio precario su contraddizioni, negazioni di sé, convinzioni irrazionali. Che non sente più se stessa.
Ma questo non m’impedisce di pensare che sarebbe stato meglio se Eva si fosse adoperata per tempo, per richiamare Adamo alle sue responsabilità; per chiedergli di smettere di fare il conto delle mele e delle costole e mettere più attenzione all’esistenza della sua compagna e di Caino, del quale a volte sembra proprio conserviamo somiglianza. Quando addossiamo ad altri le nostre paure. Quando uccidiamo negli altri la libertà, la dignità, l’autonomia.
Michele Palazzetti
Responsabile Coaching e Formazione
IPSE Istituto Psicologico Europeo
ipseroma@gmail.com