


VITERBO - Archetipi, modelli, donne stilizzate in ambienti minimali o ritratti adiacenti, al contempo lontani, della paura di apparire fragili? Non chiediamolo a intervistati casuali – e non programmati ad hoc per risponderci – bensì a due evoluzioni della femminilità, arricchite dal pathos televisivo pubblicitario: Emma Watson, con un passato nel ruolo attoriale di Hermione per Harry Potter, e Zendaya, nel cui fascino (Odissea genuina complice!) siamo caduti (e scivolate) a briglia sciolta.
Perché Emma Watson profuma ancora di perfezione scientifica nelle sue esecuzioni artistiche, nonostante una saga conclusa? Perché, invece, a Zendaya associamo lo schema rotto, il culmine di un contrasto tra forze che si armonizzano? Una risposta chiave può pervenirci non solo dal database di figure interpretate, ma anche dai periodi culturali attraversati dalle produzioni che le hanno viste protagoniste.
In due recenti realizzazioni pubblicitarie dedicate a Paradoxe, fragranza celebrativa della sfida al pregiudizio, Prada ha combinato un vero numero scenico: la scelta delle due vip, della loro immagine e della loro voce, per calcare il concept emozionale del prodotto e accompagnarlo a immagini di dirompente rivalsa.
Harry Potter ha lanciato Watson: il suo personaggio è evoluto da presenza stridente a complice di Harry nei suoi incantesimi, nonché nella sua ribellione al destino. Una figurata catarsi dalla realtà che ha visto un adolescente sfidare i suoi incubi, fino ad aggiudicarsi un’audience adorante.
Zendaya Maree Stoermer Coleman, nome completo di una diva altrettanto tale, è sin dall’inizio stata disunione dagli standard rappresentativi del cinema: come, una presenza così delicata a debuttare in un film d’azione? Ebbene, Spiderman (2017) ha fiutato il talento e custodito, per poco, l’asso nella sua manica, finché il nostro feeling con l’attrice – oltre che con la sua sagacia – ha permesso che la Zendaya umana trainasse l’attiva professionista. Almeno nel nostro immaginario, e mai in opposizione con i potterhead.
Se l’opera prima è di approccio al mestiere, perché i pareri su queste attrici sono, ancora oggi, invalsi? Paradoxe ha stravolto, con l’idea di coraggio di cui è promotore, le interpretazioni acute di Watson e l’energia ammaliante di Coleman? Se avesse “ammansito” la tecnica di entrambe, in che modo ha determinato un crescendo tra lo spot con Emma e il claim di Zendaya?
Un vero flow autoriale di cui solo Prada conosce il mistero, un segreto che un consumo affezionato – e buone analisi in Pubblicittà – possono svelare al grande pubblico!

“Brindo alle mie imperfezioni, conduco la vita con gioia”: Emma Watson presenta Paradoxe nello spot del 2022 – https://www.youtube.com/watch?v=dzOqyG73KuE
Cime tempestose, come il titolo di Brontë, affollano questo film pubblicitario di 30 secondi: una donna che ama la vita, fino a incorniciare il suo animo nella pittura, è raccontata da un’Emma Watson passionale e volitiva, interprete di sé stessa nell’intreccio narrativo. Oltre all’autorappresentazione, spicca un’opera architettonica che ricalca la forma del packaging di Paradoxe: questo avviene in un paesaggio naturale, impervio e costeggiato da chiome d’albero. Il girato restituisce uno scorcio personale, l’opposto che un’intrusione alla “Grande Fratello” (citiamo un altro maestro inglese). Emma è ben distante dai suoi ruoli attoriali iniziali, tanto da abbracciare, quantomeno a parole, le imperfezioni che la rendono viva.

“Sono stata molte cose”: l’evoluzione di Zendaya per Paradoxe nello spot del 2026 – https://www.youtube.com/watch?v=sqSG5XuX6aU
Acuminato come una rivoluzione: questo è il modo d’essere di Paradoxe e del suo involucro, flacone che ci piace immaginare come un antidoto. Eppure, il racconto di Zendaya ci comunica che evolvere è il primo passo per abbattere ostacoli, pregiudizi e raffigurazioni spontanee. In un contesto aperto, frammentato e tutt’altro che lussuoso, Zendaya è nel ciclone di un mondo che la avverte forte, non comprendendo che dietro la realizzazione artistica esistano situazioni di mutamento quotidiano. È in questo vorticoso cambiare che, tra tessuti stesi su un balcone, set fotografici e stanze di donne passanti, l’attrice smette di essere un ruolo e ritorna, con pieno empowerment, persona perfettibile.
Quale delle due strategie ha avuto un respiro più favorevole nell’engagement? Cosa è stato lasciato al caso e cosa ci spinge a dubitare di questi flow?
Entrambe, vi rassicuriamo, sono generalmente apprezzate dal pubblico, soprattutto per la loro pulsione a sventare un diffuso cliché: non è il profumo che fa chi lo indossa, ma è emanarlo diversamente a renderlo memorabile.