



VITERBO - La cassetta dei ricordi, la cassaforte, il cassetto dei sogni. Tre scioglilingua retorici che, nonostante trasudino l’amarezza dell’età adulta, incapace di piazzarli con un senso, non convincono alcun uomo per più di una porzione di istante. Perché?
Sicuramente facciamo i conti con le cassette degli attrezzi, che dovremmo usare per riesumare simili locuzioni: come un giradischi dalla rapida scadenza, la loro musica ammalia, ma non risuona più. Tanto ci sono le playlist su cellulare, tanto – e con tronfia pochezza, penserebbe qualche geek – c’erano gli mp3. Prima ancora c’era il cd. E in un recente Paleolitico tecnologico, la radio correva in modalità velociraptor.
In un anfratto sotterraneo e invisibile, c’è ancora una voce eroica che parla di tempo andato. E, non ci crederemmo, è attanagliata dalla paura di dimenticarlo: la sua soluzione è progettare il futuro. Un fazzoletto per le lacrime di nostalgia, che porta il nome di innovazione. Cosa può essere condiviso – e qui la domanda sconfina dalla retorica – in una novità senza corrispondenze, senza scambi, senza il reciproco, senza il successo di un mittente giunto a destinazione (o forse, secondo qualche penna melanconica, ad abbracciare il suo destino)?
Poste Italiane ha sfornato uno spot che non si riduce a miseri cliché, ma allontana lo scontato, personalizza le corrispondenze attraverso l’ingenuità di un bimbo e vola sulle ali di un mantello giallo, colore della brand identity e sapore dell’apertura.
La cassetta dei ricordi è bella, ma finisce per smarrirsi nella sua stessa poesia. La cassaforte trattiene senza liberare. Il cassetto dei sogni si volatilizza appena si sfiora l’età maggiore. E la cassetta degli attrezzi, poveraccia, è uno strumento fin troppo frequentato.
La cassetta delle lettere, la cassetta postale è invece quel magico contenitore di speranze che tutti annoveriamo tra i nostri amori proibiti: non si ama la persona a cui si scrive, se non si ama l’atto stesso di scriverle in silenzio. Nella cantina in cui il bambino dello spot va a frugare, ogni oggetto legato alla narrazione delle poste lo rimanda a un contesto umano in cui lo scambio ha avuto luogo: il berretto del postino, le sigle e i francobolli, l’evoluzione di una pratica viva ha per lui il valore della vita che la incorpora. Vita che è curiosità e scoperta!
Tante immagini in bianco e nero, che si sovrappongono ai ritrovamenti, risultano meno opache se filtrate dal bimbo narrante, che in realtà non dice una parola. Le emittenti radiofoniche e la dolce colonna sonora, però, lo guidano, lo ascoltano e lo riflettono: comunicano, quindi, l’entusiasmo della ricerca, in un emblema del nuovo che sembra inflazionato – il bambino, il giovane o l’adolescente – pur facendoci rimangiare quest’impressione appena compare.
Pertini esulta. “Campioni del mondo” è il brivido dell’82 per eccellenza, il grido dei supereroi nel fotogramma di una politica accorta, partecipativa, realista. Dopo di lui, una sequela di transazioni con la postepay, paesi e città risollevati dalla rovina dell’immobilismo, uffici postali trafficati, smartphone a portata di tasca e immagini chiamate dai click. Queste fotografie di una realtà già emergente da molto significano più di quanto si possa concepire: come il viandante che osserva la nebbia su uno scoglio, non sappiamo quanto fitti possano essere i rivolgimenti del progresso, ma, distanti dal caos valoriale, il passo in avanti l’abbiamo fatto, con un piede piantato dietro di noi per sostenerci.
Il bambino ha un mantello giallo. Il bambino è di nuovo sé stesso dopo un gioco di fantasia. Il bambino è a casa, può correre in un prato sterminato; beato lui che ha questa fortuna, beato chi ancora sa stupirsi nell’agio e urlare “Evviva!”, che progredire è farsi spingere dal vento, non correre via.