

VITERBO - Piero Sanavio ospite del Consorzio delle Biblioteche. Oggi pomeriggio alle 18, nella sala conferenze Cardarelli in viale Trento 18, presenterà il suo ultimo libro Virtù dell'odio - Louis-Ferdinand Céline (Raffaelli editore, Rimini). Scrittore, giornalista, docente di antropologia e letteratura inglese in diverse università italiane (tra cui l'Università della Tuscia) e nordamericane è conosciuto in tutto il mondo come uno dei maggiori studiosi, se non il maggiore, studioso di Céline. Tra le personalità e le voci più illustri del secolo scorso, conosciuto personalmente di Sanavio al pari di Pound e Rhav.
Il testo di propone un’interessante e sfaccettata analisi della personalità e dell’opera del dottor Louis-Ferdinand Destouches, alias Céline, medico e scrittore noto per l’originalità della sua scrittura e della sua narrativa, ma anche per l’asprezza di determinate posizioni antisemite.
Il libro evidenzia modalità interpretative della sua vicenda letteraria saldamente ancorate ad una conoscenza non comune tanto dei testi dello scrittore quanto del contesto storico, politico e sociale in cui agisce. L’autore propone con accortezza di antropologo non solo lo studio della realtà culturale coeva allo scrittore, ma anche le fasi antecedenti ad essa, da un punto di vista che tende a cogliere connessioni inusitate tra la Francia di Céline e quella del pieno Ottocento.
Questo gli consente di evidenziare le ambiguità e le continue dissonanze presenti nell’opera dell’artista, oltre che di sottolineare l’intensità delle interazioni e delle intersezioni tra narrativa e biografia. In questo modo mette in luce le radicali novità formali della lingua céliniana, antiromantica e mimetica rispetto al parlato del racconto popolare, e le finalità di una prosa che si propone come denuncia del degrado sociale attraverso il grottesco, la parodia, l’autoironia, il gusto dell’orrido ed il superamento di ogni convenzione borghese.
In tale realtà letteraria, caratteristica del Voyage come di Mort à credit, si inserisce, specie attraverso i pamphlet, quella che Sanavio definisce “la tabe” dell’antisemitismo, che convive in modo contraddittorio in un Céline che presta cure mediche ai partigiani e coltiva rapporti di amicizia con ebrei, ma nel contempo guarda al razzismo come ad un’arma contro la decadenza e la corruzione del reale, potenziata attraverso le modalità dell’invettiva, in un contesto certo non alieno da documentati sciovinismi e pregiudizi à la Dreyfus come quello della Francia tra l’Ottocento e il Novecento.
Di qui il ritratto di uno scrittore che avverte l’esigenza di condividere con il lettore le sue reazioni emotive di fronte a una realtà storica e umana che egli detesta. In questo senso Celine calca le tinte in modo espressionistico: il suo desiderio di épater le bourgeois lo conduce a letture apodittiche di un vero in cui il razzismo convive con le angosce di un artista il quale, peraltro, dichiarò che senza la guerra non ci sarebbe stato alcun Céline.