

di Andrea Stefano Marini Balestra
VITERBO - Un’indagine portata a termine nell’ormai lontano 2009 chiamata “Toro Loco” (toro pazzo) portò all'individuazione di 24 persone accusate a vario titolo di aver praticato in città atti violenti dall’anno 2008 e precisamente pestaggi in discoteca, incendio di auto, minacce ed estorsioni. Come capi della banda furono identificati i fratelli Medde di origine sarda ed alcuni buttafuori addetti a discoteche nella Tuscia.
Il processo incardinato davanti al Collegio del nostro Tribunale vide la prima udienza solo nel 2016 quando ormai i reati quali associazione per delinquere, lesioni, danneggiamento e minacce, percosse erano ormai caduti in prescrizione o depennati come reato.
Restò in piedi il processo originaio solo per sequestro di persona ed estorsione.
L’istruttoria proseguì con alterne vicende per le difficoltà probatorie subito emerse dalle prime battute. Infatti non furono apparse chiare le responsabilità penali degli imputati che per l’accusa provenivano da intercettazioni ambientali e telefoniche.
In conclusione, i due fratelli Medde e i tre buttafuori rimasti nel giudizio ancorchè nei loro confronti si fossero costituite parte civile le parti offese, sono stati assolti perché “il fatto non sussiste”.
Un’indagine portata a termine nell’ormai lontano 2009 chiamata “Toro Loco” (toro pazzo) assicurò alla giustizia ben 24 persone accusate a vario titolo di aver praticato in città atti violenti dall’anno 2008 e precisamente pestaggi in discoteca, incendio di auto, minacce ed estorsioni. Come capi della banda furono identificati i fratelli Medde di origine sarda ed alcuni buttafuori addetti a discoteche nella Tuscia.
Il processo incardinato davanti al Collegio del nostro Tribunale vide la prima udienza solo nel 2016 quando ormai i reati più leggeri quali: associazione per delinquere, lesioni, danneggiamento e minacce, percosse erano ormai caduti in prescrizione o depennati come reato.
Restò in piedi il processo originaio solo per sequestro di persona ed estorsione.
L’istruttoria proseguì con alterne vicende per le difficoltà probatorie subito emerse dalle prime battute. Infatti non furono apparse chiare le responsabilità penali degli imputati che per l’accusa provenivano da intercettazioni ambientali e telefoniche.
In conclusione, i due fratelli Medde e i tre buttafuori rimasti nel giudizio ancorchè nei loro confronti si fossero costituite parte civile le parti offese, sono stati assolti perché “il fatto non sussiste”.