


Dal 13 novembre 2025 il nuovo assetto del gioco online italiano è partito con 52 concessioni assegnate a 46 operatori, un incasso complessivo di 364 milioni per il Mef e la scomparsa di più di 350 siti collegati alle vecchie skin. In un settore che nel 2024 ha raccolto 92,1 miliardi solo sul canale a distanza, la domanda non è se il mercato sarà più ordinato, ma se resterà abbastanza aperto.
Se segui questo settore sai bene che i casinò online stanno vivendo un momento di grande rivoluzione. Anche le classiche formule come i bonus senza deposito adesso hanno dei connotati molto più sicuri e tutto è stato studiato al meglio per fornire la massima tutela agli utenti. Il punto è che queste leve commerciali funzionano davvero solo quando il mercato è affollato, competitivo e pieno di brand che cercano visibilità. Con il riordino del gioco online l'Italia ha scelto una strada diversa: meno dispersione, più requisiti, più controlli e una barriera d'ingresso molto più alta. Questa riforma renderà il mercato più solido o finirà per concentrarlo nelle mani di pochi gruppi molto forti?
Il nuovo perimetro del gioco online parte da numeri molto più stretti
Oggi il mercato regolato si muove dentro un recinto molto più piccolo di prima. L'ADM ha assegnato 52 concessioni a 46 operatori e, con l'avvio del nuovo sistema, più di 350 siti sono usciti di scena perché legati al vecchio modello delle skin. Il legislatore ha scelto di ridurre il numero delle porte d'ingresso visibili al pubblico e di legare ogni concessione a un solo sito di riferimento.
Questa non è ancora la prova matematica di un oligopolio, ma è chiaramente una spinta verso una maggiore concentrazione. Quando passi da un ecosistema con moltissimi domini, marchi satellite e vetrine commerciali a un sistema con pochi titoli, pochi siti e operatori già capitalizzati, il baricentro del mercato si sposta inevitabilmente verso chi ha più struttura industriale.
Quando il costo d'ingresso sale così tanto, i piccoli restano ai margini
La seconda leva è economica, ed è forse la più pesante. Il riordino prevede un corrispettivo una tantum da 7 milioni di euro per la concessione, a cui si aggiunge un canone annuo pari al 3% del margine netto del concessionario. E non finisce qui, le fonti di settore parlano apertamente di investimenti tecnologici, costi di certificazione e adeguamenti ai nuovi protocolli come parte integrante della nuova stagione concessoria.
È qui che la riforma smette di essere una questione astratta e diventa selezione industriale. I gruppi grandi possono assorbire meglio i costi, la compliance e i tempi tecnici, i marchi più piccoli, invece, hanno meno spazio per difendere i margini o per entrare da zero. Non a caso il bando è stato contestato, ma il Tar Lazio ne ha confermato la legittimità.
La fine delle skin cambia il mercato più di quanto sembri
Molti si fermano al numero delle concessioni, ma il vero cambio di passo forse sta altrove. Per anni le skin hanno permesso ai concessionari di presidiare il mercato con più brand, più domini e più offerte commerciali rivolte a target diversi. Con il nuovo impianto questo modello viene fortemente ridotto: un solo dominio nazionale per concessione, niente dispersione di marchi collegati e stop ai reindirizzamenti che di fatto replicavano la presenza commerciale del concessionario.
È una scelta che rende il controllo più semplice per l'ADM, ma che toglie elasticità al mercato. Se prima un operatore poteva differenziare il linguaggio, le promozioni e il pubblico attraverso più marchi, ora deve condensare tutto in una sola casa digitale. Per i grandi gruppi può essere un riassetto gestibile. Per chi viveva di nicchie, affiliazioni o brand verticali, invece, è un taglio netto.
Più controlli e più tutele non significano per forza più pluralismo
La riforma non nasce solo per fare selezione economica. Dentro ci sono anche misure che puntano a rafforzare l'identificazione, la tracciabilità e la protezione del giocatore, dall'uso dello SPID o della CIE per l'apertura dei conti fino alle regole più nette sull'autoesclusione, i limiti e la gestione del conto. Sul piano regolatorio la logica si capisce bene.
Il problema è che ordine e pluralismo non coincidono sempre. Un mercato può diventare più facile da sorvegliare e, allo stesso tempo, meno aperto. Se il pezzo più dinamico del comparto viene riorganizzato con barriere alte e pochi sbocchi, è normale aspettarsi una selezione che premi soprattutto gli operatori più forti.
Nei prossimi mesi capiremo se il riordino premierà davvero solo i grandi gruppi
L'Italia resta il più grande mercato del gioco in Europa per dato di spesa lorda 2023 e nel 2024 la spesa lorda del settore ha raggiunto 23 miliardi. In un mercato così grande, una riforma che alza la soglia economica, riduce i siti autorizzati e concentra l'offerta attorno a pochi operatori strutturati non produce effetti neutri.
Dire che l'oligopolio sia già realtà sarebbe eccessivo, dire che il riordino spinge verso un mercato dominato da pochi grandi, invece, è una conclusione ragionevole. Molto dipenderà da come evolveranno i nuovi decreti tecnici, dai tempi di adeguamento e dalla capacità dei marchi minori di restare visibili dentro regole più strette.