


Pecorino Romano DOP - 'In Europa, un formaggio buono e tipico per natura'. Link allo spot: https://www.youtube.com/watch?v=3SYVFWA7VWQ

VITERBO - Immaginiamo il più amato formaggio laziale: un prodotto caseario di antica lavorazione, che germoglia come un fiore nell’autenticità della terra. La generosità della natura ne accende il gusto, ma è la scelta del consumatore che ne estende le qualità. Un pecorino che è abbraccio, semplicità e scambio: è sinergia con gli allevatori ed è constatazione di salute ambientale.
Questo, nella sua fattispecie, sembra essere il contenuto dello spot promozionale: in un consorzio di figure incaricate di tutelarlo, il brand del Pecorino Romano DOP spicca invece per altre doti, quelle che si delineano fuori dalle scrivanie. Quali sono?
Ecco la prima: la tipicità. La voce over femminile introduce quel che umanizza (e vivifica) il buon prodotto, asserendo che ciò che si sussegue nel video sia tipico. Sono tipici, nell’ordine, “un paesaggio incontaminato”, “vedere le pecore pascolare nella loro zona di origine”, “usare il loro latte fresco”, in una continuità non casuale che spedisce al formaggio tipico.
Ma l’aggettivo “tipico” ha sempre un impiego felice? L’idea cardine della tipicità è abbastanza forte da inserirlo nel common use? Ciò che è tipico è normale, regolare, usuale per qualsiasi situazione o contesto esistente.
È chiaro che la dicitura “prodotto tipico” rappresenti una garanzia di qualità e aderenza al vero, scaturendo da principi e tradizioni da eternare: a rafforzare questo quadro di geoetnicità, relazione con l’ambiente e associazione a un consumo sano è l’avverbio “qui”. Ci parla del Lazio, della regione in cui abitiamo e in cui si è esattamente custodi dei panorami produttivi che originano il Pecorino.

Le immagini che incontriamo sono utili e coraggiose: avrebbero potuto registrare premi, di cui il Pecorino Romano è senz’altro meritevole, ma abbattono le barriere del prestigio e ci riportano alla natura. Il prato con il pascolo, ad esempio, è Lazio puro, nella sua accezione contadina e accogliente.

La vegetazione dei campi stabilisce una transizione, ricordandoci che le pecore hanno bisogno di alimentarsi.

Poi, i processi produttivi primari: il focus ravvicinato sul latte, la salatura del formaggio e il confezionamento di un cibo prelibato che è condiviso e per tutti, come un verace accompagnamento.

Seguono il pecorino disposto sul tagliere (e la dolce espressione di una pecora): l’happy ending, o meglio, la continuità di una favola italiana che profuma di lavoro.

Cosa dire, invece, sulla realizzazione del girato? Nonostante la sua aperta selettività tematica e l’apporto minimo della persona umana, se non quando indispensabile – la mansione della salatura ci fa entrare negli schermi – questa idea pubblicitaria mantiene una linea dritta, utilizzando toni cromatici chiari e indirizzati a richiamare il latte. Il prodotto è evidenziato, ma ciò che lo origina è cardine del suo utilizzo: la chiusura con un animale felice certifica la missione positiva del lavoro.
Per par condicio di naturalezza e bontà, qualche addetto ai mestieri, con la sua dedizione, avrebbe ben reso rappresentanza all’elemento del sacrificio, che il montaggio sorvola e comprende con delicatezza: il lavoro è concerto di forze, e il placement finito può limitarlo nel suo senso umano.
Non pare essere questo il caso, perché un buon formaggio è orgoglio per la gente, e, soprattutto, per le politiche di valorizzazione: il fermo immagine finale ci fa capire che il prodotto è italiano, ma è europeo l’impegno di custodirne il senso. Uno spot che scava nel nostro immaginario, proponendoci una traccia comune in chiave alternativa: tutto è bello se lo sentiamo scorrere, ma è guardarlo da fuori che ci aiuta ad apprezzarlo.