ANNO 16 n° 273
''Pasolini e la Tuscia, ricordiamoci di tutelare questo paesaggio''
Nel centenario della nascita la Soprintendenza riflette sul rapporto che l'intellettuale ebbe con il nostro territorio
07/03/2022 - 05:13

VITERBO - A cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale gli rende omaggio con una riflessione sul rapporto che il poeta e regista ebbe con il nostro territorio, in particolare con Chia, borgo di Soriano nel Cimino.

''Pasolini, la Torre di Chia e Dante Ferretti. Un triangolo che ci mostra il tormento e l’inquietudine di un uomo e di un artista che trovò – forse – il luogo ideale dove creare, ma mai (crediamo) quello in cui abitare. È sempre stato controverso il rapporto di Pasolini con la città, che si intravede in parte anche nel documentario 'La forma della città'.

Molte quelle in cui visse: Bologna, Casarsa, Roma, Soriano del Cimino e Sabaudia; ma nessuna fu veramente casa sua (come scrive Nicola Mirenzi su 'Il Venerdì' di Repubblica).

Con la Torre di Chia fu una 'folgorazione' quasi 'poetica'. Se ne innamorò subito. Vi girò 'Il Vangelo secondo Matteo' nel 1964, la acquistò nel 1970 e la progettò con lo scenografo Dante Ferretti (come scrive Andrea Carugati su La Stampa). Con quest’ultimo lavorò, oltre che a 'Il Vangelo secondo Matteo', anche a 'Uccellacci e uccellini', 'Edipo Re', 'Medea', fino all’ultimo:'Salò e le 120 giornate di Sodoma'. Fra loro vi fu sempre un rapporto di stima, riconoscenza, affetto, amicizia, apertura, dialogo e ascolto reciproci.

A Chia compose 'Petrolio' e gli 'Scritti Corsari'. Qui trovò una dimensione tanto suggestiva da affermare: 'In nessun posto riesco a lavorare così come in quel luogo di querce così perfettamente arcaico. A lavorare, non a vivere. Io amo vivere in una grande città. Non avrei mai preveduto che le grandi città italiane sarebbero divenute luoghi così orribili'. Anche perché in nessuna si sentì accolto e accettato, riconosciuto.

Pertanto, concludeva: 'Per me l’unico modo giusto per vivere fuori dalla città è vivere in una grande città straniera'.

Forse sarebbe andato volentieri persino fino in Africa, ma poi Ninetto Davoli gli faceva notare: 'A Pa’ ma come fai coi film?' Avrebbe portato la sua creatività eclettica anche lì, ma sarebbe comunque rimasto sempre se stesso, pur con la capacità di andare 'oltre' (ogni preconcetto e pregiudizio o stereotipo), denunciando anche verità 'scomode' con realismo e coraggio. Schierandosi, intervenendo, mettendo in discussione il suo ruolo di intellettuale, rivendicando l’importanza di 'non avere paura di avere un cuore', cioè del sentimento e della sacralità della vita.

Grande la sua sensibilità con cui descrive poeticamente Chia così: 'nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri'.

Ricordiamoci di questo paesaggio. Ricordiamoci di tutelarlo''.






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