ANNO 16 n° 274
Paolo Zagari e il suo ultimo romanzo
'Soli, Bastardi e Sentimentali'
07/01/2021 - 06:55

di Paolo Settimelli e Elisabetta Lupetti 

Paolo Zagari, scrittore, critico cinematografico, produttore e regista di documentari (Bosnia le radici spezzate, Los Tanos, Il deserto degli affetti (terzo classificato al Premio internazionale Luchetti nel 2010), da 28 anni autore, regista e inviato di trasmissioni Rai (Chi l’ha visto, Crash, Sereno variabile, Rai Storia, Una giornata particolare, Il mondo di Quark tra le altre).Nel 1994 vince il premio letterario Diego Fabbri con un saggio in forma di intervista immaginaria dal titolo Io, Woody e Allen (Edizioni Dedalo). Nel 2007 vince il Premio Ilaria Alpi col reportage Il mercato delle braccia. Nel 2010 vince il Premio Repubblica.it con l’inchiesta Terra di nessuno. Scrive e pubblica per Fazi editore Smog e Il tradimento preventivo.

D. Soli, Bastardi e sentimentali, il suo ultimo romanzo, partiamo dal titolo.

 

R. L’idea del titolo mi è venuta mentre atterravo a New York, quando ancora si poteva viaggiare. Grattacieli, strade, luci, milioni di persone: come si fa a sopravvivere in una metropoli senza essere sopraffatti, schiacciati e poi dimenticati? Bisogna sapere stare soli come i gatti, diventare bastardi come uomini e imparare a essere sentimentali come cani. 

D. Il suo è un romanzo atipico, affollato di personaggi, ognuno con una sua storia da raccontare dove il comico si mescola al tragico?

R. E’ una commedia umana politicamente e soprattutto e sentimentalmente scorretta.Tutti i personaggi si raccontano in prima persona e descrivono esattamente quello che stanno vivendo in quel determinato momento. Ho adattato una particolare tecnica di narrazione, quella che al cinema viene chiamata “soggettiva” e che è strumentale al racconto emotivo dei protagonisti e la cifra stilistica dei film del terrore in quanto comunica “in diretta” la paura vissuta dai protagonisti.

E allora mi sono chiesto cosa c’è di più simile a un film del terrore che certi aspetti della vita quotidiana? Un litigio tra coniugi, un approccio sessuale, il momento in cui si viene licenziati, la magia dell’attrazione, l'architettura di una vendetta, l'attimo esatto in cui si muore.

D. Possiamo definirlo un ritratto a tutto tondo del mondo di oggi?

 

R. Direi proprio di si. I sedici personaggi sembrano essere a se stanti, monadi impazzite che costellano l’universo della vita. Ma le loro storie in realtà sono intrecciate l’una all’altra in maniera ferrea e indissolubili e alla fine queste piccole tessere individuali si ricompongono in un puzzle che è un affresco della nostra società contemporanea. La commedia si dipana attraverso tutte le situazioni in cui ciascuno di noi si è trovato almeno una volta invischiato: amore, passione, lavoro, licenziamento, divorzio, affidamento dei figli, speranza, riscatto, felicità, morte e naturalmente, apericene.

D. Chi sono i personaggi, a quale categoria sociale appartengono?

 

R. Ci sono molti giornalisti, direttori, inviati e “televisivi” in genere in una sorta di backstage di quel mondo dello spettacolo che tutti pensano dorato e privilegiato ma appena si spengono i riflettori diventano veri, fragili, figli di mignotta e brave persone come tutti. Ma tutta la società è rappresentata: ci sono professoresse di liceo, baristi, impiegati di banca, tagliatori di teste, organizzatrici di eventi e c’è pure una ragazza di tredici anni che ci racconta dal di dentro la sua lenta e inesorabile comprensione della sua vera identità.

D. Le quinte del suo romanzo sono una Roma inedita e affascinante?

 

R. Ho volutamente cercato di superare tutti i cliché che contraddistinguono la rappresentazione della mia città. Il Colosseo non è Roma, nessun romano si da appuntamento al Colosseo. Ho cercato di raccontare la città senza enfasi, senza sprofondare nel luogo comune della bellezza, nella retorica “della città più bella del mondo”. C’è un capitolo dove il protagonista depresso perché appena lasciato dalla donna, da Trastevere decide di andare in macchina fino a Corso Francia perché li c'è un distributore aperto tutta la notte. E questo viaggio in macchina sfrecciando dal Lungotevere alle Belle Arti, costeggiando i Parioli e il Flaminio prima di imboccare quell’autostrada sospesa che è il viadotto Francia, è la rappresentazione della mia Roma, la Roma confortevole e selvaggia che si guarda di notte da un parabrezza e che non sarà mai venduta da nessun tour operator.






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