ANNO 16 n° 272
Ombre Festival, Massimo Lugli racconta “La banda dell’Arancia Meccanica”
Una storia vera di violenza e paura che sconvolse la Capitale tra gli anni ’70 e ’80
Giulia
20/07/2025 - 07:01
di Giulia Ortenzi

VITERBO - Una gang sadica e feroce, uscita direttamente dall’incubo, che ha terrorizzato per anni la Roma bene. Un romanzo che affonda le radici nella cronaca nera più inquietante della Capitale. “La banda dell’Arancia Meccanica”, il nuovo libro di Massimo Lugli, giornalista e scrittore di lungo corso, è un viaggio dentro l’oscurità di una città che si credeva sicura, ma che si è trovata prigioniera di un incubo.

Nel corso della presentazione del volume, Lugli racconta di quel periodo “Io c’ero”, dice lui con la lucidità di chi ha vissuto quegli anni in prima linea, da cronista di nera a Repubblica: “Roma era una città diversa. Violenta, sì, ma questa banda fece un salto di qualità che nessuno si aspettava: case di lusso prese d’assalto, aggressioni, stupri e devastazioni. E lo facevano a volto scoperto, sicuri di non essere presi. Era il terrore puro”.

Il romanzo parla di una storia vera: quella di tre uomini, capeggiati da un ex poliziotto, che tra il 1979 e il 1983 misero a segno oltre 700 rapine, per un bottino stimato in oltre 15 miliardi di lire. Ma non si limitavano a rubare, infatti le loro incursioni si trasformavano in veri e propri riti di violenza. “Sembrava un film dell’orrore, invece era realtà”, racconta Lugli. Il nome “Arancia Meccanica” glielo affibbiano per la brutalità, il gusto per l’umiliazione e la violenza gratuita.

Tra le vittime, anche personaggi noti come Peppino di Capri e Fabio Testi: “Il caso di Testi è emblematico – racconta l’autore – Dopo il colpo, invece di denunciare subito, li chiama e propone di ricomprare gli oggetti rubati. Ma quando loro non si presentano all’incontro, allora decide di denunciare. Quella vicenda fa riflettere: quante persone, per paura o per vergogna, non hanno mai denunciato?”.

Il libro non è solo una cronaca, ma un romanzo che esplora anche l’odio sociale che animava quella violenza: “Erano anni intrisi di politica – spiega Lugli – In questa storia c'è un disprezzo profondo per i ricchi. Il protagonista, Panetta, ha un’infanzia violentissima, una carriera fallita in polizia e scopre quasi per caso che derubare i benestanti gli dà piacere. Non per il denaro, ma per il potere, per la violenza in sé. Il sangue lo ubriaca”.

Il titolo dell'opera non è casuale: c’è un riferimento diretto al film di Stanley Kubrick, ma anche a un’Italia dove il confine tra realtà e follia sembrava assottigliarsi ogni giorno di più. Lugli non edulcora nulla: “Mi sono documentato molto su come reagisce il corpo femminile alla violenza, e sul perché tante donne non denunciano. Perché i processi per stupro, allora come oggi, erano spesso processi alla vittima. L’avvocato ti chiedeva come eri vestita. C’è qualcosa di profondamente malato in tutto questo”.

Quando parla di cosa lo abbia colpito di più nello scrivere questa storia, lo racconta senza esitazione: “Il fatto che questa non è una leggenda urbana. Era tutto vero. Io ho conosciuto una delle vittime quando lavoravo a Repubblica, una delle prime collaboratrici”.

Diversamente dai suoi precedenti romanzi, ne ha scritti 27, stavolta Lugli regala al lettore anche una storia d’amore, quella tra due giornalisti: “Di solito faccio morire tutti. Questa volta, invece, finiscono bene. Si sposano, fanno figli. Forse, nel mezzo di tanto orrore, un po’ di luce serviva”.

Ma il messaggio non è necessariamente consolatorio: “Non voglio lanciare messaggi morali. Però spero che questo libro faccia riflettere su come proteggiamo le nostre città, le nostre case, le nostre coscienze. La violenza non è sparita. Solo, ha cambiato faccia”.

E proprio da qui nasce la domanda più urgente e inquietante: esiste oggi una nuova “Arancia Meccanica”? Secondo l’autore, la risposta è complessa: “Oggi la violenza ha cambiato forma. La criminalità è calata, ma la violenza di strada è aumentata. Abbiamo a che fare con bande spesso legate all’immigrazione, molto violente. Entrano in casa, rapinano, picchiano. E spesso non riusciamo nemmeno a denunciarle”.

Un rischio ancora più insidioso si nasconde nei social media, dove “una ragazzina può diventare virale in un attimo. Centomila visualizzazioni, e la glorificazione di certi comportamenti pericolosi”. È lì che, forse, sta crescendo una nuova forma di violenza, meno evidente ma altrettanto devastante. Una nuova “Arancia Meccanica” fatta non più solo di botte e bande, ma di disinformazione, superficialità e spettacolarizzazione del male.






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