ANNO 16 n° 274
Offensiva di Meroi & Co. per aggirare decreto sul riordino delle province
Presidenti pronti a dare battaglia al Tar, Consiglio di Stato e Consulta
14/08/2012 - 04:00

VITERBO - E’ assai improbabile che Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti, una delle tre del Lazio che la spendig review ha condannato a morte, accetti di tirare la corda che dovrebbe far cadere la ghigliottina sul suo collo e su quello dei colleghi Marcello Meroi (Viterbo) e Armando Cusani (Latina). Oltretutto militanti nel suo stesso partito, il Pdl.

Il testo del decreto sulla spending review emendato dal Senato, infatti, prevede che a decidere sul ''riordino'' delle province, e non più sul loro ''accorpamento'', come voleva la bozza varata dal governo, sia il cosiddetto Consiglio delle autonomie locali, l’organismo cui le regioni devono demandare il compito di ridefinire i propri assetti territoriali. E, guarda caso, è proprio Melilli a presiedere quello del Lazio.

Per un’originale coincidenza, quasi tutte le regioni, da nord a sud, con la guida a destra, a sinistra o al centro, hanno chiamato a presiedere i loro consigli delle autonomie locali i presidenti delle province a rischio, che si sono trovati così nella duplice veste di ‘boia’ e di condannati a morte. Come dargli torto se tenteranno con tutte le loro forze di tirare a campare? Non a caso stanno tutti facendo proprio il celebre detto andreottiano: ''Tirare a campare? Sempre meglio che tiare le cuoia''.

Insomma, è cominciata una resistenza passiva e sabbiosa per far naufragare il taglio delle province. E, stando alle voci che circolano, sarà una resistenza dura, determinata, ad oltranza. E come tutte le resistenze ha visto nascere una sorta di Comitato di Liberazione Nazionale delle province. Poi, a missione compiuta, torneranno gli uni contro gli altri armati.

Melilli, insieme con i colleghi di Viterbo, Marcello Meroi, e di Latina Armando Cusani, hanno già abbondantemente espresso la loro contrarietà ad ogni forma di scomposizione e ricomposizione degli attuali confini. ''Le quattro province del Lazio, eccetto quella di Roma che finirà nel calderone dell’Area Metropolitana, devono rimare come sono, anche se non hanno 350mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di territorio, come prevede la spendig review'', è il loro grido di battaglia.

Del resto, Melilli e gli altri 34 componenti del Consiglio delle autonomie laziale sono in buona compagnia: in Toscana l’organismo è presieduto da Marco Filippeschi, sindaco di Pisa, capoluogo di un’altra provincia che, sulla carta, sarebbe destinata ad essere accorpata con l’odiata Livorno. Identica la situazione in Lombardia, in Emilia, in Veneto e giù, giù, fino alla Sicilia.

Tra l’altro, Melilli, Meroi e Cusani, spalleggiati dalla governatrice del Lazio Renata Polverini, non solo hanno annunciato per settembre una grande convention di tutti gli enti locali laziali per pianificare l’offensiva contro l’ammazza province, ma hanno anche anticipato di essere pronti a ricorrere a tutti i mezzi: dal ricorso al Tar a quello al Consiglio di Stato per finire alla Corte Costituzionale. Del resto hanno dalla loro un precedente importante: l’affossamento della riforma delle province proposta dal governo Berlusconi, uscita di scena ancor prima di essere formalizzata.

In definitiva, mentre in tutta Italia impazzava il dibattito sui possibili accorpamenti, gli ipotetici nomi da dare alle nuove entità territoriali (nel Lazio hanno avuto un discreto successo le province Tuscia-Sabina e Etruria) i presidenti si stavano preparando a far naufragare il provvedimento. E potrebbero riuscirci.

 






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