

Nel giorno della Liberazione, il presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta avvia le consultazioni e prova a trovare una sintesi tra le forze politiche che consenta l'avvio di un esecutivo. Un impegno gravoso, come lui stesso aveva ricordato mercoledì accettando l'incarico offertogli da Napolitano («un peso forse più grande di quello che le mie spalle possono sopportare») ma che potrebbe anche andare a buon fine considerando che, al di là dei distinguo, i partiti principali hanno manifestato interesse ad uscire dalla fase di incertezza e a dare al Paese un esecutivo che possa varare riforme e provvedimenti per il rilancio dell'economia. Anche il presidente Giorgio Napolitano, nel corso delle celebrazioni per il 25 Aprile, ha voluto lanciare un appello alle forze politiche invitandole a prendere esempio dalla Resistenza e dai valori di «coraggio e unità» che trasmise alla nazione.
«NON IMPORTA IL NOME» - E proprio su questi ultimi ha puntato l'attenzione Silvio Berlusconi: «Noi sosterremo qualunque governo possa essere in grado di fare approvare i disegni di legge urgenti di cui l'Italia ha bisogno» ha detto in un'intervista anticipata da TgCom24. Il Cavaliere ha ricordato che per il Pdl non è importante chi guida l'esecutivo ma la linea che verrà data. E ha sottolineato che il suo partito ritiene fondamentale partire dagli «otto punti» più volte rilanciati da via del Plebiscito, tra cui spicca l'abolizione (e restituzione) dell'Imu. «Il nome di Letta non è importante - ha enfatizzato Berlusconi -. L' importante è che ci siano un governo e un Parlamento per approvare provvedimenti urgenti; sono molto preoccupato ma, essendo ottimista di natura, continuo ad essere fiducioso e a combattere».
L'APPOGGIO DI RENZI - «Io e all'amministrazione fiorentina saremo al suo fianco per mettere fine ad una delle pagine più brutte inconcludenti della nostra storia» ha detto invece il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che da più parti era visto come un possibile nome alternativo a Letta («ma Berlusconi non mi ha voluto»). «Non basta dire che il Presidente della Repubblica ha ragione - ha aggiunto Renzi -: ora è il momento che chi ha il coraggio delle proprie azioni vada fino in fondo, non deve disertare».
LE CONSULTAZIONI - Le consultazioni ufficiali per la formazione del nuovo governo sono dunque iniziate alle 9 alla Camera. La prima delegazione a essere ricevuta, nella Sala del Cavaliere di Montecitorio, è stata quella di Sel, con i capigruppo del Senato Loredana De Petris e della Camera, Gennaro Migliore. Con loro c'era il leader Nichi Vendola. «Abbiamo spiegato le ragioni della nostra opposizione a quello che si preannuncia essere un governo di larghe intese», ha detto Nichi Vendola al termine dell'incontro con Letta, confermando il no di Sel all'esecutivo e sottolineando che le larghe intese «sono la risposta sbagliata al fatto epocale della richiesta di cambiamento».
GLI SCENARI - Sul futuro dell'esecutivo tutto dipenderà da come andrà il confronto con le forze politiche. Secondo fonti molto vicine a Letta, entro domenica il premier incaricato potrebbe salire al Quirinale per sciogliere la riserva e consegnare una lista che si annuncia essere di 18 ministri. I più ottimisti, invece, continuano a sostenere che i tempi potrebbero essere anche più brevi: con un voto di fiducia che potrebbe concludersi in entrambi i rami del Parlamento già entro sabato. Secondo questo scenario, Letta, dopo aver concluso il giro di consultazioni, potrebbe andare direttamente al Colle giovedì sera per poi tornarvi venerdì mattina per il giuramento. E sempre in giornata potrebbe prendere il via l'iter per il voto di fiducia che comincerà alla Camera per poi trasferirsi al Senato. Se invece il voto slittasse a lunedì, si dovrebbe convocare in tempi piuttosto rapidi la conferenza dei capigruppo della Camera per cambiare l'ordine del giorno: alle 15, infatti, è fissato l'esame del Def che va approvato entro il 30 aprile. In teoria, si spiega a Montecitorio, il provvedimento potrebbe anche slittare a martedì, ma lo si dovrebbe sapere per tempo. Però si fa capire che «è davvero troppo presto» per avere un quadro preciso del timing visto che soprattutto nel Pdl non mancano le frizioni non solo per i nomi da candidare al governo, ma anche tra chi propende per tornare comunque alle urne.
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