ANNO 16 n° 275
“Non è mai troppo tardi” per capire lo “ius soli”
16/03/2021 - 15:13

di Massimiliano Morelli

 

A volte si danno per scontate cose, frasi, dichiarazioni, pensando che dall’altra parte chi stia ascoltando sappia di cosa si tratti. Alcuni giorni fa, mentre attendevo il turno per pagare, ho ascoltato alcune persone che cercavano di spiegare fra loro cosa fosse lo “ius soli”, termine che da alcuni giorni s’è poggiato di prepotenza sulla bocca della classe politica italiana. “E’ il diritto a non stare soli”, diceva una signora; e un anziano, di rimando: “No, credo sia qualcosa per i giovani, qualcosa del telefonino”. Mi sono permesso di spiegar loro cosa fosse, invece, questo benedetto lo “ius soli” e alla fine una signora di chiare origini dell’est europeo nel ringraziare mi ha detto “ma perché certe cose non le spiegano bene in televisione?”. A volte non ci si rende conto che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare, e forse servirebbe davvero una trasmissione come quella condotta negli anni Sessanta da Alberto Manzi, il cui titolo era “Non è mai troppo tardi”. Per la cronaca, comunque, lo 'ius soli' (in latino “diritto del suolo”) indica l’acquisizione della cittadinanza di un Paese come conseguenza dell’essere nati sul suo territorio, quale che sia la cittadinanza dei genitori. Viene contrapposto allo “ius sanguinis” (“diritto del sangue”), che indica la trasmissione ai figli della cittadinanza di almeno un genitore, quindi non in base al luogo di nascita: si tratta del principio applicato finora nel nostro Paese. E qui va aggiunto che lo status di cittadino può essere richiesto anche dallo straniero dopo un periodo di regolare residenza in Italia di almeno dieci anni, qualora dimostri di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere condanne penali e in assenza di impedimenti per la sicurezza dello Stato. Esiste infine anche lo “ius culturae”, principio giuridico in base al quale gli stranieri non ancora maggiorenni acquisiscono la cittadinanza del Paese in cui sono nati e vivono, a patto che ne abbiano frequentato le scuole o vi abbiano compiuto percorsi formativi almeno per uno (o più) cicli di studi, pari a un numero prefissato di anni.




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