ANNO 16 n° 271
Non tutti i danneggiati cercano vendetta nel processo
29/06/2021 - 06:54

Di Stefano Marini Balestra 

VITERBO - E’ certamente “rara avis” un operaio rimasto gravemente ferito con postumi permanenti invalidanti che nel processo a carico di un suo amico, ritenuto dalla procura come suo datore di lavoro, imputato di lesioni colpose gravissime, dichiara che l’incidente avvenne per sua personale sbataggine.

Era infatti accaduto che nel luglio 2015 un uomo, oggi 55enne, salito su un tetto di un capannone dell’azienda zootecnica di cui era titolare l’imputato, per prendere misure del tetto da ripristinare dopo un incendio, per un errore e leggerezza nel considerare solida una capriata, precipitò da oltre quattro metri sfracellandosi al suolo. Avendo riportato lesioni gravissime per cui venne portato in “codice rosso' all’Ospedale Gemelli di Roma, venne aperto un fascicolo dalla Procura di Viterbo nei confronti del pastore proprietario del capannone dal quale era caduto l’uomo intento a prendere misure.

La parte offesa, che comunque prima del processo è stato indennizzato, non solo non si è costituito parte civile, ma in dibattimento ha candidamente affermato essere stata solo colpa sua essere caduto. Egli era intervenuto come amico del padrone del capannone per fargli un piacere. Non era assolutamente suo dipendente.

Ovvia la assoluzione dell’imputato di fronte a queste risultanze istruttorie.

Morale.

Non tutti i danneggiati, veri o presunti, colgono l’occasione del processo per battere a soldi nei confronti degli imputati, spesso tali, per inesattezze di indagini o fantomatiche ricostruzioni dei fatti da parte delle parti lese.






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