

di Stefano Marini Balestra
VITERBO - Le procure italiane vivono del preconcetto di colpa del datore di lavoro ogniqualvolta capita un evento mortale, per cui, tout court, ogni incidente avrebbe “d’ufficio” come responsabile il titolare dell’azienda anche se non presente ai fatti.
Le recenti notizie giornalistiche nazionali riportano con dovizia di particolari di processi nei quali sono stati tratti a giudizio imprenditori addirittura residenti all’estero, quindi ben lontani dal luogo del sinistro con buona pace degli odiatori di classe che vedono nel padrone lo sfruttatore, l’operaio sempre la vittima.
Occasione di queste considerazioni è la recente assoluzione di un imprenditore agricolo viterbese nella cui azienda alle porte di Viterbo si era verificato un evento mortale: per ribaldamento di un trattore era rimasto ucciso un operaio kosovaro di 62 anni.
Facile per la procura identificare nel datore di lavoro dello sventurato operaio il colpevole della sua morte, però incomprensibile resta il su quale fondamento.
L’accusa, certamente surrettizia non ha retto al processo, quindi inevitabile l’assoluzione del datore di lavoro il cui rinvio a giudizio per omicidio colposo e la sua condanna avrebbe si, soddisfatto le parti civili, ma non la giustizia.
Da Viterbo quindi una coraggiosa decisione del Tribunale (Giudice dr. Autizi) nel senso di non riconoscere alcuna responsabilità di un datore di lavoro nelle ipotesi in cui l’infortunio non sia collegabile ad alcuna sua diretta attività.
Quindi, il ribaldamento di un trattore che provoca la morte del conducente non essendo in relazione ad attività del titolare dell’azienda, non può costituire reato ed una conseguente condanna.