ANNO 16 n° 273
Morì per una piaga da decubito, il figlio
si rivolgerà alla Corte dei Conti
05/11/2016 - 07:02

VITERBO - Presunto caso di malasanità nella Tuscia, il figlio di una paziente deceduta, e malcurata secondo la sua versione, fa un esposto alla Corte dei Conti nei confronti dell'Assistenza domiciliare della Asl di Viterbo.

La vicenda inizia quattro anni fa. Vittorina Nicodemi, di 84 anni, muore il 7 agosto del 2012 dopo essere stata curata a domicilio per circa sette mesi, da un'equipe di sanitari dell'Adi - Assistenza Domiciliare Integrata della Asl di Viterbo- capeggiati da un medico di medicina generale di Bassano Romano.

Il figlio, Giorgio Bernardi, però, non è convinto delle presunte cure praticate alla madre. Scrive varie volte all'Urp della Asl di Viterbo e infine si reca dai carabinieri. La donna improvvisamente viene ricusata – ovvero rifiutata quale iscritta al Servizio Sanitario Nazionale - dal suo medico, senza fornire alcuna valida giustificazione.

Anche l'Adi potrebbe interrompere contrattualmente i suoi trattamenti ed inviare la paziente in ospedale, ma secondo il figlio non lo fa. Anzi, secondo lui un'infermiera dichiarerà a verbale ai Nas che ''la piaga era in fase di guarigione''.

La donna, che presentava febbre alta, per il medico di base e per i sanitari era affetta soltanto da una banale influenza. La signora, alla fine, grazie all'insistenza del figlio, viene ricoverata in ospedale a Bracciano e qui finalmente si scopre che non aveva l'influenza bensì stava morendo a causa d'una infezione e la piaga di decubito – contrariamente a quanto affermato dall'infermiera dell'Adi - non era affatto in fase di guarigione bensì in pessime condizioni.

Dopo due giorni di degenza la donna muore e il direttore sanitario dell'ospedale di Bracciano nell'avviso di morte smentisce i sanitari viterbesi  scrivendo nel referto ''sepsi, piaga di decubito 4° stadio tallone destro infetto''. Lo stadio più grave per una piaga di decubito.

''Non si sa come fu curata la paziente poiché l'Adi non ha redatto l'obbligatoria cartella clinica - scrive in una nota il figlio -. Non fu neanche acquisito il consenso informato dalla paziente. I sanitari dell'Adi oggi sostengono che il consenso informato non fu acquisito poiché la paziente non era in grado di comprendere, ma anche se ciò fosse stato vero la normativa vigente in tal caso impone che il medico si fermi ed avvisi il magistrato, nulla di ciò fu fatto e i sanitari dell'Adi proseguirono nei loro trattamenti sulla paziente senza chiedere il consenso informato conducendola fino alla morte''.

''Se i sanitari avessero chiesto il consenso informato alla paziente - prosegue il figlio - avrebbero dovuto informarla anche delle loro carenze strutturali. Fosse stata informata che l'Adi non aveva un parco veicoli adeguato a garantirgli puntuale assistenza a giorni alterni, così come richiedeva la piaga di decubito, la paziente si sarebbe rivolta altrove''.

Giorgio Berardi ha chiesto giustizia per il presunto omicidio della madre, e al riguardo pendono una causa civile e nove procedimenti penali davanti al Gip di Viterbo.

A tutto ciò si aggiunge ora una denuncia volta al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma nei confronti dell'Ufficio Requisti autorizzativi e di accreditamento della Regione Lazio per presunta omissione e rifiuto atti d'ufficio. Il figlio, infatti, ha chiesto da diversi mesi di essere informato se l'Adi fosse stata mai autorizzata dalla Regione Lazio. Risposta mai arrivata, da qui la denuncia volta al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

E ora arriva anche l'esposto alla Corte dei Conti poiché le strutture sanitarie che esercitano l'Adi ricevono finanziamenti pubblici dal Fondo della Non Autosufficienza tramite le Regioni. ''I requisiti strutturali minimi che deve avere una struttura sanitaria per esercitare l'Assistenza Domiciliare Integrata - continua - sono stati stabiliti dalla Regione Lazio con la Deliberazione Giunta Regionale n. 325 dell'anno 2008. La Regione Lazio doveva concedere l'autorizzazione all'Adi di Viterbo dopo aver verificato l'esistenza di detti requisiti strutturali minimi, ma ciò non si sa se sia stato fatto poiché il competente Ufficio della Regione Lazio rifiuta di rispondere. I requisiti - conclude - sembrano comunque essere mancanti poiché è stata la stessa Asl di Viterbo a chiudere per inadeguatezza il poliambulatorio di Vetralla''.






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