ANNO 16 n° 273
Morì in cella per anoressia, arriva
il risarcimento
per i familiari
25/10/2018 - 07:25

VITERBO - Morì in cella a soli 32 anni a causa di una grave forma di anoressia, nessuno dei medici che lo ebbero in cura finirà in carcere. Giunge al capolinea la vicenda giudiziaria sulla morte di Simone La Penna, il giovane viterbese detenuto a Regina Coeli e morto il 26 novembre 2009 all'interno dell'istituto penitenziario.

La Corte di Cassazione hanno infatti assolto Andrea Franceschini, dirigente del reparto del centro clinico del carcere, ''per non aver commesso il fatto'', e riconosciuto ''prescritto'' il reato per il medico Andrea Silvano. Quest'ultimo però, insieme alla Asl di Roma 1, dovrà risarcire i familiari di La Penna in sede civile. Entrambi i medici erano stati condannati in primo grado a un anno di reclusione per omicidio colposo, sentenza che è stata confermata in appello. 

Rinchiuso il 27 gennaio del 2009 nella casa circondariale di Mammagialla, per scontare una condanna definitiva a due anni e cinque mesi, La Penna, che all'epoca pesava 79 kg per 1,73 m di altezza, cominciò a manifestare subito il proprio malessere: vomito, diarrea e iporrea, con perdita di quasi 20 kg. Quindi fu ricoverato presso l'infermeria del carcere e poi all'ospedale Belcolle. L'otto giugno fu poi trasferito a Regina Coeli.

A luglio stette per alcuni giorni nel reparto dedicato ai detenuti all'ospedale Pertini. Nel frattempo, il tribunale di sorveglianza respinse le richieste di concessione dei domiciliari, avanzate sulla base delle consulenti di medici che sostenevano come La Penna fosse in grave stato disadattivo psichiatrico, con ansia e umore depresso, e con disturbi dell'adattamento e dell'alimentazione, tutti legati alla presenza in carcere. Il 26 novembre La Penna, che ormai pesava 45 kg, fu trovato in cella privo di vita.

La vicenda venne accostata al caso di Stefano Cucchi, morto il 27 ottobre dello stesso anno nel Reparto detenuti dell'ospedale ''Pertini'', dopo un pestaggio e una settimana di detenzione.  ''Questa drammatica storia ha caratteristiche sotto il profilo sanitario molto più gravi di quelle del caso Cucchi – hanno dichiarato a Il Fatto Quotidiano i legali di parte civile Maglio e Randazzo –, e potrebbero riguardare anche un numero ben più cospicuo di casi, considerando che la morte del giovane avvenne a distanza di 9 mesi dalle prime ed evidenti manifestazioni dei disturbi alimentari accusati dal giovane''.






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