

Yelena Bonner, morta oggi a Boston all'eta' di 88 anni dopo una lunga malattia, e' stata per decenni una delle figure principali della lotta per i diritti dell'uomo in Unione sovietica, da sola e al fianco di suo marito Andrei Sakharov, fisico nucleare e premio Nobel per la Pace nel '75. Bonner era nata nel 1923 in Turkmenistan, allora repubblica sovietica, da una famiglia di ebrei comunisti. Suo padre aveva fatto la Rivoluzione ed era un dirigente del Comintern. La piccola Yelena in casa aveva conosciuto Tito e il futuro leader comunista bulgaro Gheorghe Dimitrov.
Nel 1938, al culmine delle purghe staliniane, il padre era stato fucilato e la madre condannata a otto anni di gulag. Avrebbe trascorso 18 anni fra prigione, campo di lavoro e confino. Yelena era stata infermiera volontaria durante la Seconda guerra mondiale. In seguito era diventata pediatra, si era sposata con un collega (dal quale poi divorzio') ed aveva avuto due figli, Alex e Tatiana. Era entrata nel Partito comunista dopo la destalinizzazione lanciata da Krusciov nel 1956 (''il piu' grande errore della mia vita'', avrebbe detto poi). L'invasione delle Cecoslovacchia nel 1968 pose fine alle sue speranze di liberalizzazione del regime. Yelena lascio' il partito nel 1972.
All'epoca Bonner era da diversi anni impegnata nel movimento per i diritti dell'uomo. E' qui che nel 1970 incontro' Andrei Sakharov, uno dei padri della bomba all'idrogeno sovietica, gia' conosciuto in Urss e in occidente come uno dei simboli dell'opposizione. Nel '72 i due si sposarono. Negli anni '70 Bonner fu molto attiva nel far conoscere all'estero la sorte dei dissidenti imprigionati. ''Eravamo persone assolutamente libere in uno stato assolutamente non libero'', amava ricordare. Nel '75 Sakharov non ebbe l'autorizzazione ad andare ad Oslo per ricevere il premio Nobel e fu lei a rappresentarlo. Alla fine degli anni Settanta i due figli di Yelena furono costretti ad emigrare negli Usa.
Quando nel 1980 Andrei fu confinato a Gorki (una citta' vietata agli stranieri a 500 km da Mosca) per aver criticato l'intervento in Afghanistan, Yelena divenne l'unico legame fra il dissidente e il mondo esterno, facendo avanti e indietro fra Mosca e la remota localita'. Nell'84 fu condannata a sua volta a 5 anni di confino a Gorki, per ''aver sistematicamente diffuso informazioni calunniose sull'Unione sovietica''. Al suo ritorno a Mosca con Sakharov nel 1986, dopo essere stata graziata da Mikhail Gorbaciov in piena perestroika, Bonner continuo' a lottare per i diritti umani in varie organizzazioni. Rimase vedova del marito nell'89. Appoggio' Ieltsin, ma lascio' la Commissione per i diritti dell'uomo in segno di protesta contro la prima guerra in Cecenia (1994-1996). Dal 2000, Yelena criticava spesso il primo ministro ed ex presidente Vladimir Putin, che considerava una minaccia per la liberta' e i diritti umani in Russia.
Le sue critiche hanno invece risparmiato il presidente Dmitri Medvedev. Negli ultimi anni si era trasferita presso la figlia Tatiana a Boston. ''Facendo il bilancio oggi - aveva detto un paio d'anni fa - posso riassumere la mia vita in tre parole: tipica, tragica e bella''. Non amava essere considerata solo come la vedova di Sakharov: ''Ho un'intera esistenza per conto mio'', diceva. Bonner sara' sepolta a fianco del marito a Mosca, nel cimitero Vostriakovo, dopo il funerale a Boston. Nella Russia putiniana, pochi ormai ricordano i due dissidenti. ''Sono sempre stupita del fatto che i nostri giovani non sappiano chi era Sakharov - ha commentato un'amica russa di Yelena e militante per i diritti umani, Ludmila Alexeieva -. Purtroppo, Bonner e' ancora meno conosciuta''.
(Ansa)