ANNO 16 n° 162
Miti, truffe e leggende sui legumi della provincia di Viterbo
Rubrica 'L'agronomo con il carrello' a cura di Donato Ferrucci e Nicolò Passeri
Serena
11/06/2026 - 07:04
di Serena D'Ascanio

VITERBO - I legumi, nella storia del territorio Viterbese, non sono solo legumi, onesti e non sempre “silenziosi”. Difficile però vederli come protagonisti di racconti memorabili.

Invece, nella Tuscia, fagioli, lenticchie e ceci non sono solo semplici compagni di zuppe e minestre, ma protagonisti di storie particolari, tramandate di generazione in generazione. La provincia di Viterbo ha un rapporto secolare con i legumi, presenze discrete ma costanti della vita contadina. Molto prima di diventare oggetto di sagre, fagioli, lenticchie e ceci sono stati compagni di fatica, di necessità e, in diversi casi, legati a episodi buffi tramandati nei racconti dei paesini di provincia. Questa tradizione offre quindi un vero e proprio “giacimento” di prodotti e di storie dove l’umorismo si intreccia con l’agricoltura. Vediamone alcuni.

 I fagioli di Gradoli e il “furto più rumoroso della Tuscia”. Uno degli aneddoti più ricordati nella zona di Gradoli, dove i fagioli del Purgatorio sono coltivati da secoli, riguarda un episodio che si dice risalga al Settecento. In quel periodo, i fagioli erano conservati in grandi sacchi nelle cantine, e un contadino, non particolarmente sveglio, tentò di rubarne uno durante la notte. Durante il trasporto, al ladro maldestro, si aprì il sacco ed il pavimento della cantina si trasformò in una specie di campo minato dove, i fagioli cadendo facevano un rumore che, a detta delle cronache, «pareva un esercito di topi con gli zoccoli». E come se non bastasse il ladro, scivolando sul tappeto di fagioli, si slogò anche la caviglia per venire poi scoperto, immobilizzato più dalla vergogna che dal dolore. diventando bersaglio delle battute dei compaesani.

 

La lenticchia di Onano e la “gara involontaria” dei registri parrocchiali. Onano è storicamente famosa per la sua lenticchia “fine”, apprezzata, si narra, persino dai Farnese. Nel XIX secolo il parroco del paese, preciso e mosso dal desiderio di “razionalizzare” la raccolta, decise di controllare personalmente il peso delle lenticchie conferite dalle famiglie. Ogni sacchetto veniva annotato con cura nei registri parrocchiali. Un anno, però, secondo gli archivi orali, si verificò un fatto curioso: due famiglie rivali cominciarono a sfidarsi indirettamente per avere la resa più alta, con la conseguenza che, a ogni raccolto, i sacchetti consegnati diventavano sempre più gonfi. La situazione sfociò nel comico quando il parroco, insospettito dalla crescita “miracolosa”, scoprì che una delle famiglie aveva aggiunto piccoli sassi di fiume, grossi più o meno come lenticchie gonfie d’acqua. La reazione del prete fu così accalorata da passare alla storia: “Gesù ha moltiplicato pani e pesci, non sassi”, avrebbe urlato, sbattendo il registro sul tavolo. L’episodio portò a una revisione del sistema come contromisura di questo particolare “ingegno contadino”.

 

I ceci di Valentano e la ribellione delle galline. Nella zona di Valentano, dove i ceci sono stati per lungo tempo alimento essenziale, esiste una storia tramandata come una sorta di parabola comica. Si racconta che, durante un inverno particolarmente rigido dell’Ottocento, un contadino decise di integrare la dieta delle sue galline con ceci secchi, nella speranza di renderle più robuste. Le galline, però, non sembravano gradire. Il racconto dice che un giorno, dopo vari tentativi falliti, il contadino decise di ammollare i ceci nell’acqua calda e poi mescolarli con crusca. Sebbene le galline avessero fatto cadere il tutto, il nuovo pasto fu molto apprezzato, tanto che le cronache parlano di galline “felici e satolle” intente a beccare. Da quel giorno, secondo la memoria locale, è nato il proverbio viterbese: “Gallina furba, cece ammorbidito”, usato per indicare chi vuole qualcosa solo quando è già pronto.

 

Il mercato di Viterbo ed i “fagioli parlanti”. Un altro episodio riguarda il mercato settimanale di Viterbo nella prima metà del Novecento. Un venditore ambulante era convinto che i suoi fagioli avessero una qualità speciale: «Parlano!», diceva ai passanti. In realtà, si riferiva al fatto che, quando si mettevano in ammollo, producevano un crepitio tipico dei tegumenti molto secchi. La situazione diventò esilarante quando un suo concorrente, stufo di vedersi svilito, portò una pentola e iniziò a bollire i fagioli direttamente in piazza, sostenendo che il borbottio del coperchio fosse una sorta di melodia: «I miei invece cantano!».

 

Il lago di Bolsena e la leggenda della “fagiolata fantasma”. Infine, nella zona del lago di Bolsena circola una leggenda suggestiva. Durante alcune notti d’estate, specialmente nelle annate più secche, i pescatori avrebbero udito uno strano borbottio provenire dalle colline, quasi fosse una grande pentola in ebollizione. La spiegazione popolare? Gli spiriti dei contadini di Montefiascone che preparavano la fagiolata di mezzanotte. In realtà, il fenomeno è attribuito dalle testimonianze più razionali al rumore del vento tra le canne e agli echi dei piccoli movimenti tellurici del territorio vulcanico.






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