

Sabotaggi nell'ospedale con quasi mille posti letto nel cuore di Milano, lo storico Policlinico-Mangiagalli. Incendi. Impianti delle sale operatorie manomessi. Fumo che si sprigiona su per gli ascensori nei reparti dove ci sono i pazienti sottoposti a trapianto. Persino bossoli calibro 9x21 e calibro 38 trovati in cortile. Secondo la Procura gli episodi sono troppi per non destare qualche sospetto. Così, dopo il fuoco divampato per la quarta volta appena dieci giorni fa, gli investigatori ora stanno svolgendo indagini a passo di carica.
L'aria è pesante. Liquidare gli atti di vandalismo come il gesto di un folle può essere rischioso. Non è un posto qualunque, il Policlinico di Milano (da cui dipende anche la famosa clinica dei bambini, la Mangiagalli). Qui i sabotaggi riportano alla memoria gli Anni di Piombo e l'uccisione a colpi di pistola di Luigi Marangoni, il direttore sanitario 43enne che allora denunciò con coraggio gli infermieri che sabotavano l'ospedale (per far vedere che il sistema era marcio). Altri tempi. Solo suggestioni. Ma cariche di minacce per chi vive quotidianamente la vita del Policlinico. All'ospedale è in atto da mesi un pesante piano di ristrutturazione. I vecchi padiglioni sono buttati giù uno dopo l'altro per realizzare il mega progetto di rifacimento del Policlinico, con un investimento di oltre 235 milioni di euro. Non solo. L'ente è anche proprietario di un patrimonio immobiliare dalla cifra record di 1,5 miliardi di euro, appena messo in vendita, in parte, proprio per costruire il nuovo ospedale. E, neppure un anno fa, i vertici ospedalieri ora sotto minaccia hanno reso possibile uno sgombero atteso per quarant'anni. Quello del palazzo (di proprietà ospedaliera) di viale Montello, più conosciuto come il fortino della 'ndrangheta, luogo di spaccio e omicidi.
I motivi di tensione, insomma, possono essere molti. La rabbia può essere stata covata nella testa di un folle oppure qualcuno ha voluto mandare messaggi minatori ai manager (da quattro anni ai vertici c'è Giancarlo Cesana, leader storico di Comunione e liberazione). L'inchiesta aperta dal pm Nicola Cerrato è per l'ipotesi di disastro doloso: sono state messe in pericolo l'incolumità e la salute pubblica.
Gli episodi di sabotaggio si sono concentrati nell'ultimo anno e mezzo: il primo incendio della serie è stato appiccato in un seminterrato (adibito a deposito di materiale di pulizia) il 3 novembre 2011, nei giorni in cui era ricoverato il calciatore Antonio Cassano. Le fiamme sono state fatte divampare vicino al padiglione in cui c'era l'attaccante della Nazionale. È stata la volta, poi, dell'incendio nella chirurgia pediatrica (Alfieri), dov'è stato appiccato il fuoco agli archivi di documentazione. L'ultimo: l'incendio del 19 maggio al Granelli è stato definito «dimostrativo come al solito» (a quell'ora c'erano tutti i parenti dei degenti e quindi numerose persone in grado di chiedere aiuto), ma «molto più grave dei precedenti, perché in area particolarmente vicina alle stanze dei pazienti (tanti anziani) e alla degenza dei trapiantati di midollo osseo».
Già a fine 2009, però, nella notte di Santo Stefano, alla Mangiagalli erano state fatte evacuare tra il fumo ottanta neomamme con i loro bebè per un rogo, sempre doloso. Ai quattro incendi si sono aggiunti la manomissione dell'impianto che porta il gas nelle sale operatorie e il ritrovamento dei bossoli in cortile. Troppo. «I pazienti non sono mai stati in pericolo», fanno sapere dall'ospedale. Ma l'allerta è alta.
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