

«Sono come una barca in mezzo al mare in tempesta». E’ la frase che Salvatore Parolisi, su suggerimento di un’amica giornalista, ha scritto a tutte le donne che in questi mesi gli hanno mandato lettere di sostegno in carcere. Loro, forse, pensavano di aver ricevuto una risposta sincera a quei pensieri unici che gli avevano inviato per posta. E invece così non è stato. Anche dietro quello scambio di lettere c’è stato qualcuno che ha suggerito al caporalmaggiore parole e frasi per calarsi meglio, forse, nel ruolo di marito presunto innocente detenuto in carcere da ormai otto mesi.
E’ quanto emerge nelle migliaia di carte contenute nei faldoni dell’omicidio di Melania Rea. Oggi, al Tribunale di Teramo, si deciderà se accogliere o rigettare la richiesta della difesa del rito abbreviato condizionato alla super perizia sull’ora della morte di Melania.
In apertura d’udienza, così come annunciato dall’avvocato della famiglia Rea, Mauro Gionni, la sua bambina si costituirà parte civile attraverso la curatrice speciale, la nonna materna affidataria, Vittoria Garofalo, nominata tale con un provvedimento del gip di Teramo, Marina Tommolini. Padre e figlia, da oggi l’uno contro l’altra sul piano processuale sia nel caso in cui venga accolto il rito alternativo condizionato, sia nel caso in cui si decida di andare a dibattimento.
Ieri, i familiari di Melania, sono stati a Ripe di Civitella. Sotto l’albero dov’è stato rinvenuto il cadavere della giovane mamma di Somma Vesuviana deturpato e vilipeso hanno deposto un mazzo di rose. Una preghiera. E poi via da quel posto. La loro speranza è che si vada al processo. La parte civile, infatti, ritiene inammissibile la richiesta della difesa perché i legali di Parolisi, gli avvocati Nicodemo Gentile e Valter Biscotti, non avrebbero proposto prove nuove da acquisire.
In 24 pagine, invece, i difensori del caporalmaggiore sviscerano i punti ritenuti deboli del castello accusatorio, a partire proprio dall’ora della morte di Melania, tra le 14.30 e le 15.10 del 18 aprile (Salvatore è stato visto a Colle San Marco alle 15.23). «Soltanto una perizia potrà integrare sotto il profilo probatorio quanto allo stato acquisito...». Ma di dubbi ne vengono sollevati anche sulla dinamica dell’omicidio e sui tempi complessivi dell’azione delittuosa. Come avrebbe fatto Salvatore ad uccidere a Ripe di Civitella e tornare a Colle San Marco in così pochi minuti? La spiegazione l’accusa se l’è data durante le indagini, individuando un percorso sterrato che collega le due località e dov’è possibile lasciare l’auto senza che nessuno la possa vedere.
Per la difesa quelle 35 coltellate potrebbero essere state inferte, così come dai riscontri dell’autopsia, anche da più coltelli. Aspetti tutti da chiarire per gli avvocati Gentile e Biscotti, come il cane molecolare «Piergiorgio» che ha fiutato sin da subito le tracce di Melania a Colle San Marco, dirigendosi verso la strada asfaltata indicata da Salvatore e senza che il conduttore del cane sapesse nulla riguardo le indicazioni date dal caporal maggiore.
Nella richiesta del rito abbreviato condizionato c’è anche dell’altro: l’esame di un testimone che riferì di ricordare, quel 18 aprile, una persona che spingeva un bambino o una bambina sull’altalena e, poi, il militare che stava facendo un’esercitazione a Ripe di Civitella. Quest’ultimo non vide nessuno quel giorno vicino al luogo dove venne commesso il delitto. Lui, probabilmente, è la persona che più di ogni altro avrebbe dovuto vedere o quanto meno sentire qualcosa.
Melania è morta per aver ricevuto 35 coltellate inferte al collo, al dorso e al tronco. Per la Procura di Teramo ad uccidere e infierire anche dopo la morte sul corpo della povera donna sarebbe stato proprio suo marito Salvatore Parolisi, con le aggravanti del vilipendio e del deturpamento del cadavere. A spingerlo ad uccidere il più classico dei moventi, quello passionale. Ma l’arma del delitto non è stata trovata. Nella cucina dell’appartamento di Folignano, dove la coppia viveva in provincia di Ascoli Piceno, i carabinieri hanno cercato coltelli e misurato le lame di alcuni. Nulla.
Quelli che i militari hanno portato via e fatto analizzare dagli esperti del Ris hanno dato esito negativo: nessuna traccia di sangue. Negli armadi di quella casa hanno frugato in cerca degli abiti che Salvatore avrebbe potuto indossare quel 18 aprile. Una tuta da ginnastica, ipotizzano gli inquirenti, che portava sopra quei pantaloncini corti che, in tv, sono state mandate in onda decine e decine di volte. Ma anche in quel caso, niente.
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