ANNO 16 n° 29
Marco ha sì fame, ma noi abbiamo fretta: il claim narrativo (e introspettivo) di Just Eat
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi
Elsa
29/01/2026 - 18:26
di Elsa Berardi

Just Eat 'Marco ha fame' - Link allo spot: https://www.youtube.com/watch?v=nOpxn2c8HAo

VITERBO - C’era una volta l’aggettivo “istantaneo”, pilastro assoluto di chi non temporeggia: suscettibile di ricevere disparate declinazioni, è passato a indicare la formula in polvere per bevande e pietanze, fino ad essere associato – nella pratica contemporanea del lemma – alle app di messaggistica che non prevedono attese. Anzi, centellinano e scandiscono i tempi (questa la dialettica di molte piattaforme): io sono online, qualcun altro è off.

Qualcun altro che comprendo alla svelta, osservandone le scelte attraverso messaggi e pause; qualcun altro di cui, nel pratico delle faccende, non mi curo nemmeno o con il quale, in tutt’altro contesto, stabilisco un franco botta e risposta.

Non dobbiamo impedire alla realtà digitale di filtrare la completezza del mondo fisico, altrimenti incorreremmo in un paradosso… Come, si dice tanto di non lasciarsi sopraffare dall’automazione e poi ci lamentiamo se un dispositivo non ci assomiglia?

Suvvia – si potrebbe pensare – il problema sussiste quando lo stesso ci marca a freddo, minimizzandoci anche la riflessione… Un problema che ha la stoffa per diventare risorsa latente e, addirittura, soluzione. Mentre la comunicazione digitale ci pone davanti a quesiti insolvibili, il colosso di Just Eat fa introspezione psicologica su una serie di consumatori “annoiati”: il progetto pubblicitario raccoglie un ventaglio di storie ordinarie, rigorosamente con protagonisti adulti e (spesso) in carriera.

Ecco i punti chiave della nuova linea promozionale: verosimiglianza, intraprendenza, lucidità.

Come il personaggio di fantasia di Marco, che è a bordo di un autobus affacciato sul crepuscolo, tutti gli altri presentano un mindset che non resiste alle tentazioni: sono stimolati da quel che è facile, rapido e interattivo; hanno fame di buon cibo e cercano il delivery, anche se lo depennano come un’opzione sconveniente. Perché, poi?

Non dipende dalla responsabilità avvertita verso il sistema delle consegne a domicilio, aspetto chiaramente non indagabile in un claim, ma da altri elementi di scrematura: budget personale e voglie alimentari non prioritarie o di distrazione, se non inconciliabili con la credibilità di una persona che è tornata dal suo ufficio e dovrebbe rilassarsi senza ricorrere ai waffle.

Marco, però, ne vorrebbe tanto una pioggia, con sopra sciroppo d’acero e burro a non finire… Chi è o cos’è che lo trattiene?

I diavoletti tentatori della sua pancia, nientemeno! Un caratterista, anima dello stomaco di Marco, è circondato da fili pendenti che si dipanano per la sua fame.

La testa, però, è occupata da delicati calcoli finanziari: se Marco acquisterà un pasto sostanzioso, sicuramente anche il prezzo tenderà ad aumentare. Le papille gustative sono un oceano di pazza gioia, anzi, è riduttivo: sono un carnevale di entusiasmo, tutte impegnate in una colorata ola per una cena a base di waffle. Marco è adulto, però, e gli adulti non sono soliti “sgarrare” a cena.

In una morsa subitanea e stringente, dopo uno storytelling lento ed estensivo, tutta la cifra persuasiva del claim è concentrata in un panino! Una escavatrice lo trasporta fino al “nume” dello stomaco, mentre la sua interezza e perfezione sollecita i businessmen della mente ad avvertire il pollice: Marco clicca, il gioco è fatto, il panino sarà addentato e l’espressione è soddisfatta.

In uno spot che sembra un copione goliardico, la scacchiera delle mosse di introspezione nei fruitori dell’app segue, invero, calcoli attendibili, dal momento che l’attrattiva del cibo realizza connessioni per noi appaganti. In generale, la gratificazione e il preambolo introduttivo alla sua messa in atto sono veritieri: si tergiversa, ma un oggetto desiderato catalizza le nostre energie nella rapidità con cui ce ne dotiamo.

E se a volte non possiamo proprio fare a meno di usufruirne, altre ci monopolizza e diventa un approdo sicuro, forse un porto che non accoglie più come nell’attesa prima volta. Una cornice ideale che, se reiterata, diventa automatismo: chissà se Marco, al terzo panino, sarà pienamente contento come al primo…

E soprattutto, il principio microeconomico dell’utilità di un bene (il nome tecnico, per dare chicche, è proprio il suddetto) è bastevole a spiegare che, una volta accantonato un bisogno, quest’ultimo può venirci a noia? No, Just Eat non c’entra nulla, né la sua natura di applicazione informatica: è la frenesia dell’istante a proiettare il nostro inconscio da ciò che è esteriore a ciò che ci appartiene.

A ciò che abbiamo dentro o che, da fuori, ci colpisce; a ciò che dovrebbe sensibilizzarci a pensarci due volte. Ehi, Marco, facci caso: intorno a te è pieno di gente e hai un posto libero a fianco!






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