ANNO 16 n° 274
Maiuscole e minuscole
da Papa
Il parere dell'osservatore romano
08/07/2011 - 11:35

                                     di osservatore romano

L’osservatore romano che firma ha le iniziali minuscole.

Niente a che vedere con quello di cui quest’anno ricorrono i 150 anni di fondazione (1 luglio 1861) che ha le maiuscole, compreso l’articolo, è coetaneo dell’Italia ma di proprietà della Santa Sede, lo stato nato grazie a due fattori italiani: la conquista e l’annessione da parte dell’Italia unita dello Stato Pontificio nel 1870 e il riconoscimento con i Patti Lateranensi, nel 1929, da parte dell’Italia retoricamente più unita di oggi, quando, cioè, era dichiaratamente e istituzionalmente fascista.

L’Osservatore Romano (con le maiuscole) è stampato nella Città del Vaticano ma diretto da italiani: addirittura un ex deputato democristiano Raimondo Manzini per quasi vent’anni, Valerio Volpini scrittore e politico dc, il fratello Mario dell’altrettanto democristiano Biagio Agnes, Direttore Generale della Rai ai tempi di De Mita ed ora da GianMaria Vian (un altro Vian, Aldo Maria è vaticanista Rai). Prima di loro e per decenni dal conte Giuseppe della Torre, ai tempi in cui i redattori portavano gli articoli in visione al papa Pio XII e, stando in ginocchio davanti a lui, ne correggevano il testo riportando le parole che “sgorgavano dalle auguste labbra”, una locuzione usata fino a che Giovanni XXIII non la fece abolire.

A scrivere sul giornale, che è un ”quotidiano, politico, religioso”, sono 40 giornalisti la cui assunzione avviene per “virtù, prudenza, scienza e debita esperienza” e previo giuramento di ubbidire anche “agli ordini particolari comunicati dai superiori”.

Nella prima pagina due motti, il primo Unicuique suum, a ognuno il suo, per ricordare che la responsabilità di quanto scritto è del giornalista, anche se L’Osservatore Romano è organo semiufficiale del papa L’altro Non praevalebunt, cioè le forze del nemico non prevarranno.

I nemici, infatti, devono vedersela con un’organizzazione che conta più di un miliardo di aderenti in tutto il mondo ed è articolata nelle varie nazioni in diocesi, parrocchie, associazioni con migliaia di vescovi, preti e frati che ne sono un po’ i dirigenti e funzionari, un ordinamento giuridico specifico e riconosciuto da quasi tutti gli stati, fonti di finanziamento le più varie, un patrimonio immobiliare che, solo in Italia rappresenta, più di un quinto di tutte le costruzioni che sorgono sul territorio nazionale.

Stalin ed i comunisti russi beffardamente si chiedevano di quante divisioni disponesse il papa, ma i loro cavalli non giunsero ad abbeverarsi alle fontane di piazza San Pietro. Crollarono, invece, la cortina di ferro che separava l’occidente dall’oriente e il muro di Berlino, quando fu eletto un papa della Polonia comunista.

Per una spiegazione bisogna guardare sotto la testata de L’Osservatore Romano dove sono disegnate due chiavi intrecciate a indicare che il Capo Supremo, il pontefice massimo che si fa chiamare servo dei servi di Dio e vicario di suo figlio, apre e chiude le porte del dopo la morte. O le socchiude, come nel caso di una disposizione dei suoi uffici, la Penitenzieria apostolica, la quale, il 25 gennaio del 1960, non nel medio evo, stabilì che “un bacio all’anello nuziale della moglie o del marito nella ricorrenza del matrimonio, vale trecento giorni di indulgenza”, tanti giorni in meno di fuoco lento nel purgatorio.

L’Osservatore Romano è il giornale di quelli che possono permettersi di prendere queste decisioni.

Agli altri, a quelli che “osservano” in minuscolo, resta però il beneficio di sospettare, pensar male, direbbe Andreotti e la conclusione, quella per cui farlo non è peccato, non è sua ma di un Cardinale, l’arcivescovo di Milano Tosi, il quale quotidianamente leggeva L’Osservatore Romano. Con le maiuscole.






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