ANNO 16 n° 273
Luca Fazi: ''Sei anni per avere giustizia e riconoscere la mia innocenza''
''Non auguro a nessuno una vicenda giudiziaria come quella che ho subito io. Il sistema non ha un modo per essere equo o solidale''
Gabriele
06/06/2024 - 07:01
di Gabriele Mazzetti

VITERBO - Dopo sei anni dall'arresto clamoroso, il titolare della copisteria del Paradiso è stato definitivamente assolto. Luca Fazi, arrestato il 16 gennaio 2018 insieme a otto manager, era stato coinvolto in un'indagine della procura di Milano sulla bancarotta della società immobiliare Hi Real, quotata in Borsa.

La notizia del suo arresto aveva suscitato sorpresa e solidarietà tra i suoi clienti, che avevano disegnato cuori rossi sulla serranda chiusa della copisteria. Complessivamente, cinque viterbesi erano stati coinvolti nella vicenda, ma Fazi aveva sempre dichiarato la sua innocenza.

La sentenza della Cassazione mette fine a un lungo percorso giudiziario e riporta la serenità a Fazi e alla sua famiglia, segnando la conclusione di un periodo difficile caratterizzato da accuse pesanti e una battaglia legale estenuante.

Raggiunto dalla redazione, Fazi ha ricordato l'inizio della triste vicenda. “Quel giorno è stato tragico, vedere arrivare le forze dell'ordine che bussano alla tua porta di notte e che ti presentano un fascicolo da 200 pagine traendoti in arresto. Nell'immediatezza sono piombato in un mondo che non conoscevo”.

L'imprenditore inizialmente non riusciva a provare la sua innocenza. “L'impressione che ho avuto è che venivo considerato a prescindere un disonesto. I colloqui non hanno sortito nessun effetto. L'idea generale era che dal momento che ci sarebbe stato un processo, era più semplice considerarmi colpevole. Questo nei primi giorni era tangibile. Per 6 mesi ho potuto parlare solo con mia moglie, non potendo ricevere la visita di nessuno, se non di un sacerdote dopo 3 mie richieste. Una vita onesta non ha nessun peso sulla bilancia della giustizia”.

“L'innocenza è difficile da provare. Il primo grado di giudizio mi ha inflitto 24 mesi di carcere, a quel punto mi sono iniziato a chiedere se la vicenda fosse andata realmente come raccontato dai pm e dove avessi sbagliato. Ma poi a mente fredda ho iniziato a ragionare e a procedere con la mia difesa, smontando tutte le accuse. In appello sono stato prosciolto con le stesse prove, ma il pubblico ministero aveva fatto ricorso alla sentenza di proscioglimento. Al terzo grado, dopo sei anno e mezzo, finalmente è stata sancita la mia innocenza”.

L'accusa nei confronti di Luca Fazi prevedeva due capi d'imputazione: truffa e associazione a delinquere di stampo transnazionale. “I capi d'imputazione erano legati ad una truffa internazionale, di cui, secondo il procuratore, io facevo parte, in quanto avevo stampato dei documenti utilizzati per il reato. Ma io ho solo realizzato dei prodotti e non potevo essere responsabile dell'utilizzo. Ho prestato i miei servizi ad una persona che ne ha fatto un uso delinquenziale. E tornando indietro nel tempo rifarei il mio lavoro come ho sempre fatto. Ho fatto solo il mio dovere professionale”.

Oltre il danno la beffa. Infatti Fazi non potrà richiedere un risarcimento dal momento che uno dei due capi d'accusa è caduto in prescrizione, vista la lungaggine del processo dovuta alla pandemia.

Amici e clienti durante il primo periodo hanno fatto sentire la loro vicinanza. “Ho avuto testimonianze di solidarietà che ho potuto leggere e vedere dopo mesi. Mi ha dato molta forza tutto questo. Non mi sento di Viterbo, in quanto le istituzioni non mi hanno difeso, al contrario della popolazione che mi ha teso una mano. Sono stato solo contro tutti”.

Ma nonostante la vicinanza di amici e familiari, il danno economico è stato molto importante. “Ho perso 6 anni di vita dal punto di vista professionale. Ho toccato con mano che nei miei confronti e della mia attività c'era diffidenza. Quotidianamente le persone te lo ricordano. A mia figlia i compagni gli dicevano che aveva il papà arrestato. Non auguro a nessuno una vicenda giudiziaria come quella che ho subito io. Il sistema non ha un modo per essere equo o solidale. Doveva diventare un processo di carattere nazionale, si è tutto sgonfiato. Chiederò al tribunale l'oblio digitale, visto tutti gli articoli che continuano ad infangare il mio nome e la mia attività.”

 

VITERBO - Dopo sei anni dall'arresto clamoroso, il titolare della copisteria del Paradiso è stato definitivamente assolto. Luca Fazi, arrestato il 16 gennaio 2018 insieme a otto manager, era stato coinvolto in un'indagine della procura di Milano sulla bancarotta della società immobiliare Hi Real, quotata in Borsa.

 

La notizia del suo arresto aveva suscitato sorpresa e solidarietà tra i suoi clienti, che avevano disegnato cuori rossi sulla serranda chiusa della copisteria. Complessivamente, cinque viterbesi erano stati coinvolti nella vicenda, ma Fazi aveva sempre dichiarato la sua innocenza.

La sentenza della Cassazione mette fine a un lungo percorso giudiziario e riporta la serenità a Fazi e alla sua famiglia, segnando la conclusione di un periodo difficile caratterizzato da accuse pesanti e una battaglia legale estenuante.

Raggiunto dalla redazione, Fazi ha ricordato l'inizio della triste vicenda. “Quel giorno è stato tragico, vedere arrivare le forze dell'ordine che bussano alla tua porta di notte e che ti presentano un fascicolo da 200 pagine traendoti in arresto. Nell'immediatezza sono piombato in un mondo che non conoscevo”.

 

L'imprenditore inizialmente non riusciva a provare la sua innocenza. “L'impressione che ho avuto è che venivo considerato a prescindere un disonesto. I colloqui non hanno sortito nessun effetto. L'idea generale era che dal momento che ci sarebbe stato un processo, era più semplice considerarmi colpevole. Questo nei primi giorni era tangibile. Per 6 mesi ho potuto parlare solo con mia moglie, non potendo ricevere la visita di nessuno, se non di un sacerdote dopo 3 mie richieste. Una vita onesta non ha nessun peso sulla bilancia della giustizia”.

 

“L'innocenza è difficile da provare. Il primo grado di giudizio mi ha inflitto 24 mesi di carcere, a quel punto mi sono iniziato a chiedere se la vicenda fosse andata realmente come raccontato dai pm e dove avevo sbagliato. Ma poi a mente fredda ho iniziato a ragionare e a procedere con la mia difesa, smontando tutte le accuse. In appello sono stato prosciolto con le stesse prove, ma il pubblico ministero aveva fatto ricorso alla sentenza di proscioglimento. Al terzo grado, dopo sei anno e mezzo, finalmente è stata sancita la mia innocenza”.

 

L'accusa nei confronti di Luca Fazi prevedeva due capi d'imputazione: truffa e associazione a delinquere di stampo transnazionale. “I capi d'imputazione erano legati ad una truffa internazionale, di cui, secondo il procuratore, io facevo parte, in quanto avevo stampato dei documenti utilizzati per la truffa. Ma io ho solo realizzato dei prodotti e non potevo essere responsabile dell'utilizzo. Io ho prestato i miei servizi ad una persona che ne ha fatto un uso delinquenziale. E tornando indietro nel tempo rifarei il mio lavoro come ho sempre fatto. Ho fatto solo il mio dovere professionale” ”.

 

Oltre il danno la beffa. Infatti Fazi non potrà richiedere un risarcimento dal momento che uno dei due capi d'accusa è caduto in prescrizione, vista la lungaggine del processo dovuta alla pandemia.

 

Amici e clienti durante il primo periodo hanno fatto sentire la loro vicinanza. “Ho avuto testimonianze di solidarietà che ho potuto leggere e vedere dopo mesi. Mi ha dato molto forza tutto questo. Non mi sento di Viterbo, in quanto le istituzioni non mi hanno difeso, al contrario della popolazione che mi ha teso una mano. Sono stato solo contro tutti”.

 

Ma nonostante la vicinanza di amici e familiari, il danno economico è stato molto importante. “Ho perso 6 anni di vita dal punto di vista professionale. Ho toccato con mano che nei miei confronti e della mia attività c'era diffidenza. Quotidianamente le persone te lo ricordano. A mia figlia i compagni gli dicevano che aveva il papà arrestato. Non auguro a nessuno una vicenda giudiziaria come quella che ho subito io. Il sistema non ha un modo per essere equo o solidale. Doveva diventare un processo di carattere nazionale, si è tutto sgonfiato. Chiederò al tribunale l'oblio digitale, visto tutti gli articoli che continuano ad infangare il mio nome e la mia attività.”

 

 






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