


Nespresso - 'What else': Dua Lipa nuova testimonial. Link allo spot: https://www.youtube.com/watch?v=e-6hK9BcEcA

VITERBO - Questo spot, sebbene invitante, non può ritrarre la tipicità di una casuale… Torrefazione: ok, chiamiamola così, ma il nome di Dua Lipa è ben lontano dagli equivoci! È lei a varcare la porta di uno shop di capsule per caffè, suscitando l’espressione sbalordita della cassiera.
Una superstar che si avventura tra gli scaffali di un esercizio, senza dare adito a querelle e paparazzate, rispecchia solo in parte un ingresso verosimile. Nespresso, però, sceglie di puntare su questa vetrina per collocare il suo prodotto: avanza, si muove, compare, come un’attrice e cantante alla ricerca del giusto filtro.
Filtro, intendiamoci, è qui sinonimo di “miscela aromatica”: è discutibile l’utilizzo di abbellimenti forzati per modificare la propria immagine, anche se si è celebri a causa del suo fascino. Molti claim del filone televisivo, con mezzi lungimiranti, hanno eliminato il matching tra la bellezza fisica e ogni forma di annientamento.
Nella mossa pubblicitaria internazionale, da poco rilasciata, il video vede l’impiego “in motion” dell’erogatore Vertuo World. Mentre la venditrice propone a Dua Lipa formule di caffè differenti, animate grazie a effetti estetici sbalorditivi, Clooney è a latere a osservare il successo di lei, tanto che la diva conclude con “What else?”.
La chiusura “storica” del bel George si modella su un’interprete femminile, spostando un cursore sociale apparente sulla dissoluzione degli stereotipi di genere. Una donna ha bisogno del posto d’onore per competere in modo equo con i concorrenti maschi?
Dua Lipa ha fatto del suo talento innato e della rivendicata libertà di esprimersi, anche con look sfavillanti, il tracciato del suo successo e delle sue pubbliche interazioni. La stessa fanbase, osservandone il carisma, familiarizza con tematiche inaccessibili in certi contesti: la dedizione verso corpo e carattere, un’arte che non questua di essere integrata e la protezione dell’identità, nonostante il respiro internazionale dei propri lavori. Un’affermazione di sé che non cerca paragoni con gli uomini, ma una spontanea (e non indotta) ammirazione.
Vi è qui una sproporzione tra il nuovo che avanza e l’ascendente delle star più navigate (Lipa, classe 1995, ha raggiunto – e domato cum grano salis – un successo più che precoce): Clooney si limita, in un’ambientazione connessa alle miscele, a interagire con la “sfidante” da un defilato materasso gonfiabile, mentre l’impresa di promuovere il caffè gli è negata dall’intromettersi di un’aquila. Coup de theatre!
Ora, dedichiamoci al significato (sospeso tra serio e faceto) del girato realizzato.
La comparsata d’élite, forse, non è la tematica più genuina che possiamo aspettarci, ma l’intrigo del ruolo soffiato a George Clooney – quello di testimonial dell’azienda – è l’elemento di spontaneità che fidelizza gli spettatori, dipingendo una contesa (invero inesistente) tra professionisti del set. Serve ancora questo “pepe” immaginario per renderci interessati a qualcosa?
Un quesito pitico, ma sempre caro all’umanità: siamo tanto abili a selezionare gli esempi e siamo altrettanto pronti all’emulazione, sintomatica del decorso delle mode.