

VITERBO – Che l’olio d’oliva sia un condimento ottimo e soprattutto sano non è una novità. Così come non lo è che l’olio della Tuscia sia rinomato. Ma l’introduzione della coltura e il consumo dell’olio in Nepal grazie ai ricercatori dell’Università della Tuscia in parte lo è.
In parte perché, in realtà, il progetto è nato nella seconda metà degli anni novanta, periodo in cui un team di ricercatori partecipò a due spedizioni organizzate dall’ateneo mirate allo studio della vegetazione di alta quota nella zona nord-occidentale del Nepal. E quando venne rilevata la presenza di olivi di specie indigene di Olea cuspidata e Olea glandulifera fu immediato il collegamento con l’Olea Europea.
Era il 1999 per la precisione. E da quel momento, grazie a diverse collaborazioni con il Ministero dell’Agricoltura nepalese per accertare la reale possibilità di introdurre la coltura e il consumo d’olio in Nepal, il team inizia a sviluppare il progetto. Ma si sa, i tempi in ovicoltura sono molto lunghi e il progetto impiega diversi anni prima di decollare. Ma nel frattempo, nelle missioni successive, venne poi individuato, nelle zone più povere del paese, il villaggio di Kolti nel distretto di Bajura come territorio adatto alla sperimentazione.
Nasce così il progetto di piantagione di ulivi, con lo scopo di frangere olive e produrre così l’olio alle pendici dell’Himalaya. Viene avviato anche il progetto di un’azienda ad hoc, si innestano centinaia di piante provenienti dalla collezione dell’Università e si fanno esperimenti di varietà italiane sulla Olea cuspidata. Ma il progetto non si esaurisce nella mera ricerca scientifica, perché l’obirettivo ultimo è anche quello di migliorare la dieta alimentare di quelle popolazioni. Ecco perché viene dedicato molto tempo a insegnare le tecniche ai nepalesi.