


VITERBO - Sulla vicenda della scritta “Casa del Balilla” comparsa sulla facciata del Liceo Buratti interviene con una lunga riflessione l’ex docente Carlo Venturi, che invita a non lasciare cadere nel silenzio il dibattito e propone un confronto istituzionale per arrivare a una soluzione condivisa:
Scrivo questa riflessione perché temo che la vicenda del Liceo Buratti si stia avviando verso un silenzioso oblio, quando invece è proprio ora che dovremmo tenere un atteggiamento attento e tuttavia propositivo. Vorrei però iniziare una considerazione sui toni che hanno caratterizzato alcuni interventi. Senza entrare nel merito, osserverò che all’interno del “discorso pubblico” la forma è inevitabilmente sostanza. Vorrei dire cioè che gli interventi dovrebbero attenersi ad alcuni principi quali il rispetto istituzionale e la distinzione tra idee e persone. Ciò detto, con dispiacere devo osservare che le cariche istituzionali non sempre si sono dimostrate all’altezza. Il Presidente Romoli ha esordito dicendo di nulla sapere della questione della riapposizione della scritta “Casa del Balilla” sulla facciata del Liceo Buratti ma di considerarla “inopportuna”; ha poi mantenuto un silenzio discretamente assordante fino a quando si è appigliato al provvidenziale escamotage della “detonalizzazione”, che vale a dire: la scritta la facciamo altrimenti abbiamo speso denaro inutilmente e perdiamo anche la faccia, tuttavia per non offendere la sensibilità dei cittadini usiamo un colore più chiaro, una nuance pastello di rosso pompeiano che questa estate è al top dei trend. Ovvero, me lo consenta Presidente, “detonalizzare” sarebbe come dire di essere un pochino incinta. Quello che forse le sfugge è che, quale che siano il colore e il tono, la scritta resterà ben visibile. Quanto alla Sovrintendente Eichberg, ha anch’essa dichiarato di non sapere nulla sulla questione, la qual cosa suona sorprendente, vista la presenza in cantiere di un restauratore all’opera e di una funzionaria responsabile dell’Alta Sorveglianza. Come se nel momento della sua prima dichiarazione fosse incolpevolmente male e poco informata o in possesso di notizie fuorvianti. Nella stessa dichiarazione, senza dirlo apertamente ha ammesso poi che la scelta verterà esclusivamente sul modo con il quale rendere visibile la scritta, non se renderla tale. Si è poi scagliata in modo non proprio garbato contro la Dirigente, i docenti e il personale del Liceo Buratti, rei di aver diffuso un comunicato nel quale si chiedeva la copertura della iscrizione medesima in quanto incompatibile con il nome di Buratti e con la funzione dell’edificio. Funzione sulla quale ritorneremo. La Sovrintendente Eichberg ha poi in modo assolutamente improvvido a mio avviso, elevato una “laudatio” a Renato Ricci del quale per chiarezza riassumo la biografia: Renato Ricci, squadrista convinto, aderì al Partito Nazionale Fascista (PNF) nel maggio del 1921 ed un mese dopo fondò il Fascio della sua città. A maggio venne arrestato dalle forze dell'ordine a Sarzana come responsabile degli atti di violenza e degli omicidi che stavano compiendo nella zona gli squadristi sotto il suo comando, e nel luglio seguente una colonna fascista comandata da Amerigo Dumini ovvero il futuro assassino di Giacomo Matteotti si recò a Sarzana per liberarlo con la forza e illegalmente dalla prigione. Da questo avvenimento ebbero luogo gli episodi di violenza che passarono alla storia come i fatti di Sarzana. Riveste poi varie cariche all’interno del partito fascista, e lo ricordiamo come ideatore ed artefice dell’obelisco del Foro Mussolini, oggi Foro Italico. Sorvoliamo sul suo “cursus honorum” ricco di incarichi prestigiosi che lo avvicinano sempre di più a Mussolini e arriviamo alla caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 e ai mesi successivi e successivi nei quali Ricci, riparato in Germania, fu tra coloro che confermarono con convinzione la loro fedeltà a Mussolini. La notte fra l'8 ed il 9 settembre 1943 diffuse, dalla radio di Monaco, insieme con Alessandro Pavolini, Roberto Farinacci e Giovanni Preziosi, l'appello agli italiani e “ai valorosi soldati dell'esercito, della marina, dell'aeronautica e della milizia” nell'intento di sostenere l'appoggio a Mussolini. Nella dichiarazione si affermava: “il tradimento non si compirà”. Tra gli altri incarichi fu designato comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), più o meno l’equivalente italiano delle SS naziste. a vecchia MVSN confluì presto, su progetto di Ricci, influenzato anche dalle posizioni di Heinrich Himmler, nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), istituita il 24 novembre 1943 “con compiti di polizia interna e militare”, vale a dire il contenimento dell'antifascismo e la repressione della resistenza insorgente. Restò commissario della ricostituita ONB fino all'aprile 1945. A guerra ormai ultimata, poté scampare all'arresto grazie alla notizia del suo suicidio, diffusasi tra i partigiani: catturato tra il 24 e il 26 giugno, fu condannato due volte a trenta anni di detenzione, ma nel 1950 uscì dal carcere grazie all'Amnistia Togliatti. Nel 1954, divenne vicepresidente dell''Associazione ex Combattenti della RSI'. Invece lei sembra considerare il Ricci un grande pedagogista e un filantropo di stato, alla stregua per stare al presente dei Sergio Neri (Per coloro che volessero approfondire suggerisco di iniziare dalla relativa voce che gli dedica Wikipedia oppure: Sandro Setta, Renato Ricci: dallo squadrismo alla Repubblica sociale italiana, Il Mulino, 1986. R.J.B. Bosworth Mussolini’s Italy, journals. Sagepub.com Simone Caffaz, Renato Ricci, l'uomo che Hitler voleva al posto di Mussolini, Meiattini, 2006. Fiorenzo Sicuri, Gli anni del littorio, il regime fascista a Parma dalle leggi eccezionali alla guerra d'Etiopia, Edizioni Mattioli 1885, 2014).
Ciò detto vorrei esprimere la mia convinzione che il problema e la relativa soluzione vadano cercate non in una contrapposizione sterile sulla legislazione relativa all’apologia del fascismo, oppure attraverso il ricorso al TAR come da taluni prospettato quanto piuttosto con un confronto sereno su possibili alternative nelle metodologie di restauro. Ferme restando le ragioni esposte nel suo intervento dalla Costituzionalista Giovanna Montella di cui citerò alcuni passi che reputo illuminanti. “La ricomparsa e la valorizzazione artatamente eseguita di simboli fascisti tra le mura di una scuola intitolata a un martire partigiano non è solo un paradosso storico; è uno sfregio all’ordinamento repubblicano”. “In questo quadro, l’immobilità delle autorità preposte alla tutela — e in particolare della soprintendenza — configura un’omissione non solo amministrativa, ma dei doveri costituzionali di fedeltà alla Repubblica (articolo 54 della Costituzione). Il dovere di tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione, sancito dall’articolo 9, non può essere interpretato come un cieco feticismo delle pietre, avulso dal sistema di valori della Costituzione. L’articolo 9 fa parte dei principi fondamentali e va letto in combinato disposto con l’antifascismo intrinseco della Repubblica”. “…Inoltre, la discrezionalità amministrativa e tecnica della soprintendenza non può spingersi fino a tollerare lo sfregio visivo della memoria di un martire della Resistenza. Permettere che i simboli del regime oppressore convivano con il nome di chi per la libertà ha sacrificato la vita significa generare un corto circuito pedagogico e giuridico intollerabile.”
Si tratta quindi di una questione costituzionale, etica, pedagogica, che Giovanna Montella enuncia con ammirevole chiarezza e competenza giuridica. Riportare in luce l’iscrizione viola se non la lettera sicuramente lo spirito di più leggi: le Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale all’art. 4 secondo comma; gli articoli 54 e 97, della Costituzione; gli Articoli 1 e 4 della Legge 645/1952 che punisce chiunque con parole, gesti o simboli compia manifestazioni fasciste ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito; la Legge 205/1993 n.205 all’articolo 4, comma secondo che vieta l’esposizione di simboli o emblemi propri di organizzazioni nazifasciste. Ma soprattutto a me sembra pertinente il Testo Unico della Scuola (D.Lgs 297/1994), il quale stabilisce che la scuola pubblica ha come fine Costituzionale lo sviluppo della personalità degli studenti in un ambiente democratico, pluralista e libero. E rispetto al quale esporre la dicitura “Casa del Balilla” ne viola almeno tre principi fondativi: contrasta radicalmente con l’obbligo di trasmettere e rispettare i principi della Carta Costituzionale; manca al dovere di tutelare la libertà di coscienza degli alunni in quanto la scuola DEVE essere un luogo privo di condizionamenti ideologici o celebrativi di regimi totalitari; contrasta insanabilmente con le finalità educative della comunità scolastica, essendo la scritta in insanabile contrasto con l’identità stessa dell’istituto. Permettere la preminenza visiva di un marchio del regime fascista nega la missione stessa di educazione alla democrazia e alla legalità prevista dalla normativa del 1994. Per quanto invece attiene alle scelte teoriche e metodologiche del restauro mi pare di capire che la scelta sia caduta sulla teoria del palinsesto, ovvero sulla stratificazione temporale, il valore delle aggiunte, la riconoscibilità. Nel caso del Buratti però non si tratta di mera conservazione, quanto di una realizzazione quasi ex novo di un elemento giacente ormai da decenni sotto due strati di tinteggiatura. Quella che apparirà, non sarà quindi la scritta originale, ma una copia di nessun valore documentale, che per quanto decolorata (sic!), apparirà perfettamente leggibile e percepita da tutti come realizzata ex novo. Aggiungerò che gli organi della Pubblica Amministrazione (Provincia e Sovrintendenza in questo caso) hanno l’obbligo ineludibile di mantenere la neutralità degli spazi pubblici, impedendo che un bene della collettività venga usato per veicolare messaggi incompatibili con i valori costituzionali, repubblicani e democratici.
Forse allora un aiuto potrebbe venire dalle considerazioni del celebre saggio di Cesare Brandi “Teoria del Restauro”, nel quale si definiscono due principi guida: l’istanza storica ovvero la considerazione dell’opera come prodotto del fare umano in un certo tempo e un certo luogo di cui rispetta tutte alterazioni, le aggiunte, i passaggi storici subiti. E l’istanza estetica, che considera l’opera per il suo valore artistico e la sua bellezza visiva. L’opera d’arte è infatti tale solo se l’artisticità viene salvaguardata. L’iscrizione in questo caso è quindi parte integrante del valore artistico intrinseco, oppure ha solo valore documentario? L’opera, senza l’iscrizione, perde il suo valore artistico o quello storico? E quel particolare periodo storico ha valore maggiore rispetto ad altri e perché? Credo che in questo caso si possa tranquillamente convenire che la sua assenza non influisce sulla coerenza del linguaggio architettonico, non altera i volumi dell’edificio, non sottrae o modifica la percezione delle articolazioni volumetriche, degli elementi stilistici, dei particolari decorativi.
Se queste premesse come io credo sono corrette, l’insegna identificativa di una associazione, ONB o GIL che sia, espressioni di un regime dittatoriale feroce e l’aggiunta barocca in una chiesa romanica sono da trattare concettualmente allo stesso livello? In presenza dell’iscrizione la teoria del restauro imporrebbe la conservazione delle parti originali, poche o tante che siano e la “integrazione” delle parti mancanti con la tecnica della selezione cromatica detta anche “rigatino”. Ridipingere l’iscrizione con vernice rossa, come è stato fatto per l’altra sul fianco dell’edificio è invece semplicemente un falso, che la rende un apocrifo, e che nessuna attenuazione cromatica può giustificare. Come afferma Brandi: “L'adagio nostalgico come era, dove era, è la negazione del principio stesso del restauro, è un'offesa alla storia e un oltraggio all'estetica, ponendo il tempo reversibile, e l'opera d'arte riproducibile a volontà.”
Il tutto ammesso che una insegna possa definirsi comunque un manufatto artistico.
L’edificio di cui parliamo è stato destinato: dal 1930 o 1931 e fino al 1937 quale sede della Opera Nazionale Balilla (7 anni), dal 1937 al 1943/44 (7 anni) è stato sede della Gioventù italiana del Littorio. Fine del periodo fascista. Poi dal 1943 al 1952 (8 anni) ha accolto uffici e servizi pubblici per divenire dal 1952 e per 73 anni sede di una scuola e ininterrottamente per ben 62 di questi anni (dal 1964 e fino ai giorni nostri) la scuola si è chiamata Liceo Ginnasio Mariano Buratti. Quindi quell’edificio è stato per 14 anni sede di istituzioni organiche l’una allo stato fascista, l’altra direttamente al partito fascista, per i restanti 82 ha accolto altro. Per 62 anni è stata intitolata a Mariano Buratti.
Inoltre l’edificio è stato restaurato e ricostruito nel dopoguerra con i fondi del piano Marshall, come recita la piccola targa apposta sull’edificio: “From the United States of America from Freedom of Europe”: chissà se un governo statunitense diverso dall’attuale sarebbe d’accordo con la riapparizione di un simbolo del PNF. Quanto al cosiddetto “Principio del palinsesto” invocato dalla Sovrintendenza, nel caso del Buratti non si tratta di mera conservazione; quella che apparirà non è la scritta originale, è una copia di nessun valore documentale, che per quanto decolorata (sic!), sarà perfettamente leggibile e percepita come realizzata ex novo. E apparirà inevitabilmente come una iscrizione celebrativa. Contraddicendo così all’obbligo costituzionale delle Pubbliche Amministrazioni (Provincia e Sovrintendenza) di mantenere la neutralità degli spazi pubblici, impedendo che un bene della collettività venga usato per veicolare messaggi incompatibili con i valori Costituzionali, Repubblicani e democratici. Personalmente credo che l’unica scelta che salvaguardi le ragioni di tutte le parti in causa, che rispetti le metodologie del restauro e non offenda la sensibilità democratica della cittadinanza, sia quella di documentare, proteggere infine coprire l’iscrizione con una tecnica reversibile senza renderla visibile, ma garantendone al contempo la conservazione. Un pannello esplicativo corredato di didascalie e foto storiche per raccontare anche a mezzo di immagini la storia dell’edificio sarà più che appropriato. Credo anche che nella tempesta mediatica sia stato dimenticato un interrogativo fondamentale: davvero l’edificio smarrisce la sua identità storica se la scritta scompare? E un uso dogmatico delle regole del restauro può ignorare e offendere i valori costituzionali, la sensibilità dei cittadini e la memoria di Mariano Buratti. Sarei anche curioso di sapere se il Presidente Romoli e la Sindaca Frontini parteciperanno alla celebrazione del prossimo 25 aprile del 2027 ottantesimo anniversario della approvazione del testo definitivo della Costituzione antifascista; oppure delegheranno a rappresentarli un loro “avatar” opportunamente “detonalizzato”.
Oppure sarebbe forse utile un tavolo istituzionale di confronto tra Amministrazione Provinciale, Comune di Viterbo, Sovrintendenza, Associazioni della società civile, convocato magari da un figura terza come il Prefetto per cercare una soluzione condivisa.
Carlo Venturi