

VITERBO - Ogni volta che in Italia si parla di nucleare a Montalto di Castro si trema. Perché la locale centrale termoelettrica è tale soltanto di ripiego: la zona, infatti, da quando si parla di atomo è sempre stata indicata come l'area ideale per costruirvi una centrale nucleare. Il più idoneo tra i quattro impianti italiani degli anni precedenti al primo referendum; il più potente.
Tra battaglie di strada con le forze dell'ordine e guerre di carte bollate, l'Enel avviò la costruzione a Pian de' Gangani ma dovette interromperla dopo il referendum che spezzò l'attività e la ricerca nucleare in Italia.
A distanza di poco tempo da Cernobyl non c'era nessuna speranza che il 'si' potesse passare. La giornalista Adriana Terzi e il ricercatore ed esperto del settore Gianni Marsili hanno ricostruito la vicenda di Montalto di Castro a partire dal 1977 fino a ieri: le lotte sui prati, le manifestazioni di piazza, la presenza del principe Caracciolo che si lasciava disegnare sul volto dagli Indiani Metropolitani, e poi gli autonomi ben più pericolosi di via dei Volsci a Roma, i gruppettari di sinistra come quelli di destra. Un coacervo di sigle, simpatie, impegni, compreso il movimento ambientalista che qui nasce, che si ritrova a Montalto per una Festa della Primavera di protesta; era il 20 marzo 1977.
E nonostante le differenze di pensiero e politiche, sui prati dove poi sarebbero stato aperto un immenso cantiere con seimila addetti (stravolgendo l'economia e la società del luogo) non volò una pietra; celerini, carabinieri e servizi d'ordine vari inutilmente trepidarono fino a notte temendo incidenti. Non mancarono scontri e anche pesanti in altre occasioni, ma quella giornata fu salvaguardata.
Poi giunse il referendum, appunto, e, dato i miliardi già spesi, l'Enel pensò di ultimare l'impianto convertendolo in termoelettrico. Ma questa è anche la storia di una comunità agricola che si trova incolpevolmente coinvolta in un immenso gioco del quale a lungo ignorerà le regole e le finalità. Una comunità schiacciata dalle sottili trame politiche, stretta da un lato dal Partito Comunista autoritariamente favorevole al nucleare e una Democrazia Cristiana sulla stessa linea; con la differenza che il Pc dovette vedersela con gli enti locali sporcandosi le mani, la Dc restò nell' ombra del livello più alto, romano.
Terzi e Marsili vanno a ripescare i protagonisti di quelle lotte: allora giovani e entusiasti attivisti, oggi padri e madri di allegri marmocchi o adolescenti con un po' di adipe ma l'orecchio ancora vigile. Perché se anche la situazione è cambiata, da allora qui nessuno ha più dormito tranquillamente.
Un impianto nucleare 'é per sempre' scrive Furio Colombo nella bella introduzione, non si può tornare indietro. Ed è quello che temono gli autoctoni. Non è bastato l'alto livello di welfare state realizzato con il cospicuo contributo che ogni anno versa l'Enel a titolo di risarcimento per l'ingombrante presenza della centrale. E non è bastatp diventare il comune italiano con la maggiore superficie destinata ad impianti solari né avviare una produzione agricola di grande e riconosciuto valore. Come dar loro torto: quando il governo Berlusconi ha rimesso sul tavolo le carte del nucleare, é a Montalto che si è subito pensato.
E di nuovo sono cominciate le tavole rotonde, l'attivismo dei comitati antinucleari. Prima i genitori, oggi i loro figli: comunità coesa. Ancora una volta, però, tragica coincidenza, un incidente nucleare ha tacitato tutti: Fukushima ha smorzato gli entusiasmi atomici e il referendum seguito si è concluso con un esito scontato fin dall'inizio. Il libro, che è corredato da una sezione fotografica di scatti dell'epoca, sembra il frutto del lavoro corale di un paese intero.
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