ANNO 16 n° 275
Le 'ciammellette' pasquali castellesi elette 'prodotto di origine comune'
Tipiche della tradizione, vengono appese ai ramoscelli d'ulivo e portate in processione dai bambini durante la domenica delle Palme
Alessandra
10/04/2023 - 07:53
di Alessandra Sorge

 

CASTEL SANT'ELIA - C'è una tradizione esclusivamente castellese che si rinnova ogni anno durante la domenica delle Palme, giorno in cui hanno inizio i riti cristiani della Pasqua. In questa occasione, prima della solenne messa domenicale, prende vita la processione che vede tutti i bambini del paese tenere in mano ramoscelli d'ulivo a cui sono appese le 'ciammellette', come vengono chiamate in dialetto, legate con fiocchetti rosa per le bambine e celesti per i maschietti. E' un evento profondamente religioso e allo stesso tempo spettacolare, una tradizione a cui il popolo è molto legato.

La ricetta di queste ciambelline è molto semplice: farina, zucchero, uova e buccia di limone; la procedura un po' più elaborata: vanno prima sbollentate e poi cotte al forno. Ma niente che le nostre nonne non sappiano fare a menadito.

Il connubio tra tradizione e semplicità ha portato questo prodotto ad essere scelto dall'Anci (l'associazione nazionale dei comuni italiani) come un 'prodotto di origine comune'. Un riconoscimento importante, che ne esalta sicuramente l'originalità, ma anche l'origine stessa del prodotto, come portatore di un valore legato alla comunità, a cominciare da quello culturale, storico e tradizionale. 

Le 'ciammellette' castellesi potranno così ottenere un vero e proprio 'passaporto del prodotto' e un relativo disciplinare che sarà pubblicizzato sul sito dell'Anci e una volta approvato in delibera comunale il marchio De.Co. potrà essere utilizzato dai produttori locali che potranno così fregiarsi della relativa denominazione.

 

Paese che vai… la tradizione pasquale a Castel Sant’Elia (a cura del professor Guerrino Martellini)

Il connubio innocenza dei bambini ed il ramoscello dell’ulivo suscita grande emozione e nello stesso tempo sollecita alcune riflessioni. L’ulivo è simbolo di pace e di riconciliazione con Dio (la colomba del Diluvio Universale, l’ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme) Non si direbbe, ancora oggi assistiamo inerti agli orrori delle guerre. Il nostro grandissimo Papa Francesco parla di una terza guerra mondiale “a pezzi”. C’è da riflettere e molto.

Nell’arco della settimana le donne del nostro paese erano particolarmente impegnate nella preparazione dei dolci tradizionali. In casa si preparavano le ben note pizze di Pasqua. L’impasto, lavoro molto faticoso, avveniva nella “sivola” (recipiente in terracotta smaltato all’interno e colorato di verde e di bianco). Per la cottura al forno si usavano le ramine. Altri dolci tipici erano le crostate e i freddoni; questi ultimi sono un prodotto raro e costoso, esclusivamente castellese, a base di ricotta e cannella. Vengono particolarmente apprezzati per la loro bontà e squisitezza.

La lavanda dei piedi caratterizza la liturgia del Giovedì Santo. Segue il Venerdì Santo. Le campane non suonano, sono “legate”. Una volta erano i ragazzi a scandire, in sostituzione delle campane, i momenti più importanti della giornata. Si andava per le vie principali del paese, armati di “regole” (una tavola di piccole dimensioni a cui venivano fissati due ferri mobili, che producevano un frastuono caratteristico). La ciurma era guidata da un capobanda, che, ad intervalli lungo il percorso, alzava la “regola” e gridava:” Sona mezzogiorno..” Seguiva l’assordante fragore delle “regole”, che esaltava noi sonatori. Nella sacra liturgia del Venerdì Santo una componente essenziale del rito religioso era il canto degli “Improperi.” Sono frasi di lamento e di richiesta a nome di Gesù al suo popolo, che lo ha tradito e abbandonato alla morte in Croce. Cito due esempi: 1) Popule meus, quid feci tibi?..Responde mihi! 2) Hagios athanatos , eleison himas, Sanctus immortalis, miserere nobis. (Connubio della lingua greca e latina.) Nei seminari, nei conventi, nelle abazie gli Improperi venivano cantati con musica di straordinaria bellezza del grande compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina, ineguagliabile nella polifonia sacra. Sicuramente l’evento liturgico più importante della giornata era ed è la processione del “Cristo Morto”. Sfilano figuranti: la Veronica, interamente vestita di nero con il volto coperto (d’obbligo l’anonimato); Il Cireneo, con sulla spalla una pesante croce; segue uno dei due ladroni, che trascina con il piede una pesante catena. Il catafalco del Cristo Morto e la statua della Madonna Addolorata sono portati a spalla. E’ inutile evidenziare come la processione sia particolarmente sentita dai credenti, anche dai non credenti; a ciò si aggiunga il rilevante effetto scenico. Le donne, accompagnate dal suono della bada, cantano: “Gemente e desolata (la Madonna) /Gerusalemme ingrata/uccise il tuo Gesù!” Ritornello: “Immenso il tuo dolor/ Vergine beata/ provoca il mio cuor/ a lacrimar con te / a lacrimar con te!” La banda musicale suona ancora oggi la marcia funebre. A proposito, concedetemi una divagazione. Giuseppe Bernardo Doebbing, vescovo di Nepi e Sutri (1900-1916), vietò la marcia funebre durante la processione del venerdì santo e l’esecuzione di concerti nelle chiese. Volle anche che fossero ritirate le reliquie non autentiche.

Il Sabato Santo si caratterizzava per la benedizione delle case in una sola giornata. Il parroco aveva la collaborazione dei padri francescani. Ogni famiglia durante la settimana santa provvedeva alla pulizia generale della casa, generalmente composta da due modeste stanze: cucina e camera da letto. Si usava il termine dialettale “spulinare”. Le donne toglievano le ragnatele con un mazzetto di piccasorgi (pungitopo); ripulivano le pentole annerite all’esterno della casa con la pozzolana. In casa non c’era l’acqua corrente. La si attingeva alle numerose fontane pubbliche. Il secchio dell’acqua veniva riposto sul “guarecciaio”, un muretto alto circa un metro ricoperto da una tavola di legno.

Per l’arrivo del prete si imbandiva la tavola: una pizza di Pasqua, i freddoni, un “filo” di pane, una bottiglia di vino con il tappo di vetro, carne d’agnello da cuocere, uova lesse. Anche la camera da letto veniva messa a nuovo. Si provvedeva a stendere sul letto una coperta bianca finemente ricamata; le stesse caratteristiche avevano le federe dei cuscini. Dopo la benedizione, si donavano al prete alcune uova, che noi chierichetti prontamente deponevamo nell’apposito cesto. A questo punto voglio dirvi qualcosa sulla mobilia di quelle modeste stanze. Componevano la cucina: la cristalliera, la “mattra” dove si impastava il pane, il tavolino dove si mangiava. Erano autentici esempi di arte povera, che colpiscono per la semplicità dei lineamenti, per questo piacevoli. Era il legno usato ad essere povero: l’abete, il castagno, il pino.

La mattina di Pasqua si consumava un’abbondante colazione (un pranzo in piena regola): dolci tradizionali, lonza, anche coratella d’agnello soffritta in padella con cipolla. In ottemperanza al precetto della Chiesa “Confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi a Pasqua”, le chiese (parrocchia e basilica di S. Giuseppe) erano gremite; lunghe le file ai confessionali, grande il lavoro per i confessori. Oggi, tale lavoro si è alleggerito di molto. Nella messa cantata si eseguiva la “Missa pontificalis”, a tre voci, del grande compositore Lorenzo Perosi. Dirigeva il maestro Trifogli. Particolarmente atteso dai ragazzi, dai giovani, il giorno di Pasquetta. Ci si recava a piedi nelle località di S. Paolo, Pallotta, Portelli, per la merenda. Si facevano giochi innocenti in grande allegria. Gli innamorati, nell’assoluto rispetto della tradizione, che possiamo definire atavica, se ne andavano per fratte....

Concludendo, lascio a voi imbastire un confronto tra quel mondo contadino e pastorale di allora, dove il poco era molto, e quello di oggi sicuramente diverso per molteplici aspetti.






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