



VITERBO - Anni ’90: queste balsamiche merendine allevia-fatiche, propinate ai bambini dopo la scuola, erano scettri di Sailor Moon in mano a mamme con la messa in piega, con lo sguardo esterrefatto sul bancofrigo smunto, con l’invettiva lunga per i carrelli delle altre.
Anni 2000, le mamme in casa non ci sono più, i ragazzi esplodono come bombe a orologeria, gli stili di vita sono plasmati da nuove culture musicali e fanno capolino i primi animali domestici. Gatti, cani e Linkin Park: sicuramente l’antitesi di una prolissa terrazza in campagna.
Anni 2010, il post è il benvenuto: si parla di feed anche con i meno prossimi (e proni) allo smartphone, una frattura con il passato è scoperchiata dal mondo, ma il mondo non vuole saperne di lasciarsi scoperchiare da noi. I suoi segreti, le sue dinamiche, la meraviglia intrinseca in una grossa emozione irrompono ancora senza essere disvelati, e mentre il web-nauta si arrende all’incalcolabile, una flessione centripeta restituisce importanza alla vita. Pare strano a dirsi, ma i bimbi degli spot hanno ripreso a giocare. E i genitori, “incoscienti giovani”, hanno imparato a perdonarsi.
Pinguì, snack inizialmente presentato da Kinder come il meno sedicente dietetico, ha battezzato gli autoironici 2000 grazie al pinguino con la visiera gialla: la calzava alla ventitré, quasi a invitare a una scherzosa ribellione. E si è conquistato il cuore di tutti: se i genitori sono meno propensi a sceglierlo, almeno i più piccoli sorridono nel vederlo, e magari convincono pure le famiglie all’acquisto.
La versione attuale della reclame, in onda con lievi variazioni da pochi anni, ha raggiunto un equilibrio ottimale tra leggerezza e insegnamento, rappresentando mamme e papà ugualmente collaborativi e bambini uniti nelle attività di interazione. Con una deliziosa novità: i genitori offrono la merenda ai figli con disimpegno, ma decidono poi di gustarla anche loro, seduti e indisturbati per premiarsi delle fatiche. Elementare, Kinder!
Due compagni di gioco si pitturano le mani di giallo, ma il genitore che se ne prende cura non osa obiettare sul loro divertimento: li aiuta a velocizzarsi nel fare un breve break, li fa ricaricare con la merendina e… Si butta sul divano a mangiarla rilassato, mai distaccato dai passatempi dei figli. Il claim scelto, infatti, è: “Una meritata pausa”.
Uno stacco per i bambini dai loro giochi e una desiderata pacchia dal buon sapore per chi li abbraccia, li consola, li guida. Un momento promozionale bilanciato in ogni aspetto, dalla proposta di attitudini verosimili e calzanti per tutte le età alla comparsa di un più sobrio pinguino davanti al frigo.
Certo, quel cappellino da basket sarebbe stato un plus, ma avrebbe disperso l’attenzione del fruitore dall’insieme verso i dettagli, senza consegnargli un quadro finalmente replicabile a casa: la realtà che rappresenta è tanto vera da sembrare utopica, almeno in molte famiglie, in cui la condivisione di un pasto tra fratellini è scoraggiata da elargizioni inappropriate (cibo diversificato o eventuali sistemazioni privilegiate per consumarla).
Il nucleo a cui Kinder Pinguì è servita è eterogeneo e senza distinzioni di importanza, impreziosito invece da sane differenze di ruolo e atteggiamenti propositivi in ogni scena. Emozionarsi per la piccolezza di una merenda in un ordinario pomeriggio autunnale (i vestiti della famiglia riflettono quest’esperienza) è il ritratto dello star bene, a cui un genitore deve guardare con gioia, magari sfoderando qualche suo caro ricordo. Di quando i mulini erano candidi e le spighe di grano floride, che a confronto Paradise City spostati! O di quando i tempi erano naturalmente altri, non migliori, non abitati da gente più compita.
Di quando la messa in piega non era al carbone islandese, ma alla tinta del supermercato, quella panacea delle nostre ristrettezze che magicamente diventano aperture: l’accoglienza verso un prodotto è tanto più grande quanto fa musica il modo di narrarlo. E questo, i jingle anni ’80 che Kinder sfornava in Italia lo sanno benissimo.