ANNO 16 n° 273
Istat: salari fermi nell'ultimo ventennio
23/05/2012 - 09:41

Ancora forti disuguaglianze in tema di povertà: al Sud sono povere 23 famiglie su 100, al Nord 4,9 (dati 2010). Il 67% dellefamiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono nel Mezzogiorno. Lo rileva il rapporto annuale Istat riferendo i dati della povertà relativa, che riguarda la spesa media effettuata dalle famiglie.

Famiglie più povere rispetto a 20 anni fa con un potere di acquisto pro capite in calo e inferiore del 4% rispetto rispetto al 1992, rileva poi l'Istat. «Complessivamente - si sottolinea - dall'inizio della recente crisi economica, cioè dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1% il reddito disponibile in valori correnti, cui è corrisposta una riduzione del potere di acquisto, cioè in termini reali, di circa il 5%. Se poi si considera la dinamica crescente della popolazione residente, nel 2011 il potere di acquisto delle famiglie per abitante è del 4% inferiore a quello del 1992, mentre, in termini reali, il consumo di beni e servizi per abitante è del 12% più alto del livello rilevato nel 1992. Nel corso degli ultimi quattro anni il potere di acquisto pro capite ha perso circa il 7%, mentre la quantità di beni e servizi sono diminuite del 3%».

Retribuzioni ferme nell'ultimo ventennio. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali in Italia in termini reali sono rimaste ferme. È quanto si legge nel Rapporto annuale Istat secondo il quale la crescita per le retribuzioni di fatto è stata di quattro decimi di punto l'anno.

Nel 2011 sono diminuiti gli occupati appartenenti alle classi d'età più giovani: 93 mila in meno tra i 15 e i 29 anni e 66 mila in meno tra i 30 e i 49 anni. Lo rileva ancora l'Istat, aggiungendo che, invece, sono cresciuti gli occupati con almeno 50 anni (+254 mila persone), un tendenza che, spiega l'Istituto di statistica, «può essere ricondotta alla modifica dei requisiti, sempre più stringenti, per accedere alla pensione».

Non studiano e non lavorano 2,1 milioni di giovani. Nel 2011 in Italia c'erano 2,1 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiavano né lavoravano. La quota italiana di 'Neet' (not in education, employment or training) è del 22,1% sulla fascia di età considerata a fronte di una media europea del 15,3%. La quota è sensibilmente più alta se si guarda solo al Sud (31,9% con punte superiori al 35% in Sicilia e Campania). In Germania i Neet sono appena il 10,7%.

Boom contratti breve durata. Nel 2011 in Italia sono poi aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3% pari a 136 mila unità), concentrati prevalentemente nelle posizioni alle dipendenze. E, come già nel 2010, è aumentato soprattutto il numero di contratti di breve durata: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell'8,8% (+83 mila unità), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all'anno (-32 mila unità).

Le mamme sono molto più penalizzate dei papà nell'accesso al mondo del lavoro: la probabilità di trovare lavoro per le madri rispetto ai padri è infatti 9 volte inferiore nel Nord, 10 nel Centro e ben 14 nel Mezzogiorno. «Le minori opportunità di occupazione e i guadagni più bassi delle donne, insieme alla instabilità del lavoro, sono fra le principali cause di disuguaglianza in Italia», sottoline l'Istat. E soprattutto tra i giovani che rischiano di essere «a lungo» atipici.

L'Italia è in fondo alla classifica europea per il contributo 'rosa' ai redditi della coppia: il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi, contro il 19,8% nella media Ue27. Dal rapporto annuale dell'Istat emerge poi che a superare l'Italia è solo Malta dove tale percentuale sale al 51,9%. Subito dopo il Belpaese c'è la Grecia (31,4%). Al contrario, nei paesi scandinavi le coppie in cui la donna non guadagna sono meno del 4%; in Francia il 10,9% e in Spagna il 22,8%.

Ridotta propensione al risparmio. Nel 2011, per compensare la diminuita capacità d'acquisto, le famiglie consumatrici hanno ridotto la propensione al risparmio (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile), portandola all'8,8%, il valore più basso dal 1990. Tuttavia, spiega l'Istat, nella parte finale dell'anno la propensione al risparmio invece ha registrato una leggera risalita (al 9,1%), favorendo un'accelerazione della caduta dei consumi.

Il sommerso in Italia vale fra 255 e 275 miliardi, cioè fra il 16,3% e il 17% del Pil. Lo stima sempre l'Istat con riferimento al 2008. Il dato è in riduzione rispetto al 2000, quando il peso sul Pil era oltre il 18%. Ma con la crisi, precisa l'Istat, l'area dell'economia sommersa si è «verosimilmente allargata».

Il tasso di disoccupazione raggiungerà in Italia il 9,5% nel 2012 (dall'8,4% del 2011), salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013. È la previsione contenuta nelle 'Prospettive per l'economia italiana 2012-2013' dell'Istat.

Un calo del pil 2012 dell'1,5% e una ripresa nel 2013, con una crescita dello 0,5%. È la previsione fornita dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, secondo il quale i consumi e soprattutto gli investimenti subiranno nel 2012 forti riduzioni (-2,1% e -5,7%) mentre l'export sarà positivo (+1,2%).

In Italia il prodotto interno lordo calerà dell'1,7% nel 2012 e dello 0,4% nel 2013, stima invece l'Ocse nell'Economic Outlook, segnalando che il declino proseguirà probabilmente anche l'anno prossimo, mentre la ripresa dovrebbe arrivare verso la fine del 2013, ma anche che in Italia la recessione potrebbe richiedere «l'adozione di alcune misure di bilancio supplementari». L'Ocse individua nell'Eurozona la principale fonte di rischio globale: nel 2012 il pil si contrarrà dello 0,1%. Negli Usa, invece, la crescita dovrebbe continuare a rafforzarsi, con un pil stimato nel 2012 al +2,4% e nel 2013 al +2,6%.

ilmessaggero.it






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