ANNO 16 n° 273
Io non ho paura:
che si prova a prendere
un aereo il giorno
dopo un attentato
di Emanuele Elo Usai
24/03/2016 - 02:00

di Emanuele Elo Usai

VITERBO - Ho scelto un lavoro che mi permettesse di viaggiare e di esplorare il mondo semplicemente perché è ciò che più mi piace.

Lo scorso anno ho passato più di 90 giorni lontano da casa: ogni mese la statua di Leonardo Da Vinci mi ha accolto a braccia aperte a Fiumicino e io contraccambiavo con il sorriso carico di entusiasmo che indosso spontaneamente ogni volta che sono in aeroporto.

Solo una volta nel 2015 non sono stato molto felice di partire: era il 24 novembre e mi aspettava una fiera a Parigi. Il terrorismo aveva colpito da pochi giorni, preparando il terreno a un allarmismo becero e pericoloso da cui non ero e non sono minimamente intenzionato a farmi coinvolgere.

Ero improvvisamente passato dai ''Che culo, sei sempre in viaggio per lavoro'' ai ''Ma non puoi proprio fare a meno di rimandare?'', trovando negli sguardi di parenti, amici e sconosciuti un’espressione di paura mista a stima che credevo fosse riservata solo ai soldati che partono per una missione.

A forza di dire a tutti che non avevo paura, mi ero quasi convinto anche io. Quasi.

Solo la mia tachicardia conosce la paura che in realtà ho provato durante la fila interminabile per i controlli, quasi due ore con passeggeri altrettanto terrorizzati, rimbalzati da una coda all’altra da addetti alla sicurezza passati improvvisamente dal pressapochismo al panico.

Una situazione surreale, amplificata da un silenzio assordante.

Lo stesso eco di vuoto che caratterizzava Charles de Gaulle, lo scalo parigino dove c’erano per la prima volta più militari armati di mitra che promoter con profumi di Chanel.

Una volta tornato a casa, ho provato un’emozione ancora più intensa di quel terrore misto ad ansia che mi aveva colpito: la soddisfazione di dire a tutti che stavo bene, che non era successo niente e che non vale la pena fermarsi. Mai.

Oggi (ieri per i lettori, ndr), a quattro mesi da quell’esperienza, mi sono trovato con un biglietto per Istanbul in una mano e nell’altra un quotidiano con la prima pagina sull’attentato all’aeroporto di Bruxelles. Eppure ho sorriso nuovamente a Leonardo. Un sorriso amaro, forse ebete, ma comunque più forte dell’orrore e del terrore che stavolta non ha attecchito.

Non sono il solo ad essersi abituato: a Fiumicino, il silenzio non c’era, i controlli procedevano veloci e le persone non avevano paura, o lo nascondevano meglio.

L’idiozia, però, è come una loffa: impossibile nasconderla.

È bastato origliare le conversazioni dei miei compagni di viaggio quando abbiamo scoperto di condividere l’aereo con una gita di ragazzi algerini per scoprire come basti qualche shashia, il tipico copricapo maschile indossato da numerose popolazioni del mondo islamico, per realizzare che siamo molto vicini alla psicosi collettiva.

Tutti abbiamo il diritto di avere paura, ma abbiamo anche il dovere di non ritenerci sconfitti in partenza. La situazione non è serena e non ho ancora capito se la polizia che scorta l’imbarco dia serenità o ne tolga. Quello che ho ben chiaro, però, è che non bisogna mai puntare il dito contro chi si vergogna come noi di chi semina odio in nome di Dio.

Credo che il rumore della libertà sia il suono meccanico delle cinture di sicurezza appena allacciate su un aereo e non dobbiamo permettere a nessuno di privarcene,in particolare in questo momento storico. Il primo in cui viaggiare rappresenta la più nobile forma di resistenza a questo delirio.

 

 






Facebook Twitter Rss