ANNO 16 n° 272
Indagine Federlazio
C'č la ripresa,
ma l'occupazione
stenta a decollare
26/10/2015 - 14:53

VITERBO - I segnali positivi sono concordi e consistenti, ma il mondo imprenditoriale della Tuscia preferisce ancora andare con i piedi di piombo. Dalla consueta indagine congiunturale sulle piccole e medie imprese delle regione, messa a punto da Federlazio e riferita al primo semestre 2015, arrivano finalmente buone notizie. I vertici viterbesi dell'associazione (il presidente Gianni Calisti, il direttore Giuseppe Crea, il funzionario Mario Adduci) possono finalmente (dopo anni che definire bui è proprio il minimo) elencare indicatori con un segno decisamente diverso e confortante rispetto al passato, ma non si sbilanciano. ''E' una ripresa timida che va consolidata e rafforzata'', sintetizza con piglio manageriale il presidente Calisti.

E allora quali sono gli aspetti che maggiormente inducono ad un ''cauto ottimismo'', un'altra espressione usata costantemente? Praticamente quasi tutti: ordini, investimenti, produzione, fatturati e anche (in parte) occupazione. Innanzitutto, va sottolineato che l'indagine ha coinvolto circa 350 imprese in tutto il Lazio, delle quali 46 nella Tuscia. Con particolare riferimento ad aziende che occupano da 1 a 49 dipendenti (complessivamente quasi il 90% di quelle interpellate) e dunque proprio il tessuto imprenditoriale che con maggiore incisività rappresenta la tipologia prevalente nel Viterbese, le cui imprese attive nel primo semestre di quest'anno sono aumentate passando da 33274 a 38869 (+0,65%): un dato importante superiore a quello nazionale (+0,59%), ma inferiore a quello regionale (+0,89%).

Sulla produzione si confermano i dati positivi dei due precedenti rilevamenti. Da gennaio a giugno l'aumento dei livelli produttivi è salito al 37,5%, rispetto al 25% di fine 2014; scendono al 25% coloro che hanno registrato una contrazione della produzione e inoltre si abbassa di 4 punti, la percentuale di coloro che dichiarano una stabilità nei livelli produttivi. Numeri positivi anche per quello che riguarda il portafoglio ordini e il fatturato: nel primo caso, aumenta dell'8,3% il numero di intervistati che dichiara un incremento della domanda; nel secondo i segnali positivi riguardano sia il mercato interno (+13,1%) che quello internazionale, nonostante i problemi derivanti dalla situazione in Cina e dall'embargo verso la Russia.

Dati positivi anche per quello che riguarda il ricorso agli ammortizzatori sociali. Complessivamente le tre forme di cassa integrazione fanno registrare nella Tuscia un calo del 23,4%, più marcato per quella in deroga (-41,4%), poi quella ordinaria (-20,8%) e infine quella straordinaria (-14,2%). A fronte di tutto questo, che sicuramente va annoverato nella categoria delle buon notizie, non può essere segnalato un particolare aumento di occupazione che fa registrare un lieve incremento: +0,4%. Che è sicuramente significativo, rispetto alle pessime performance del passato, ma probabilmente ci si aspettava qualcosa in più. ''Gli effetti positivi del Jobs act si fanno vedere - spiega Crea - soprattutto nel fatto che la stragrande maggioranza dei contratti è a tempo indeterminato, ma finora si è trattato essenzialmente di trasformazione e stabilizzazione delle varie forme di precariato esistente. Per puntare a numeri più alti e generalizzati, bisogna attendere perché le imprese hanno bisogno di certezze prima di impegnarsi con nuove assunzioni''.

C'è però un importante indicatore che induce a guardare al futuro con ottimismo ed è il dato relativo agli investimenti, in netta controtendenza rispetto al semestre precedente: dal 21,1% di fine dicembre, la quota di coloro che dichiarano di aver incrementato i pieni di spesa è lievitata al 30,8%. E quando si investe, inevitabilmente la forza lavoro è destinata ad aumentare.

Infine, alla domanda sulle prospettive future più della metà delle aziende interpellate (52,5%) dichiara che si comincia ad intravvedere una luce (sei mesi fa era il 35%), solo il 5,9% pensa che il peggio debba ancora venire (era il 6,8%),mentre il 41,5% (dal 58,2) pensa che non si individuano vie d'uscita. Le problematiche riscontrate? Ritardi nei pagamenti da parte di clienti privati (32%) e insufficiente domanda (28%). Come si esce allora dalla crisi? Pressione fiscale, costo del lavoro e burocrazia sono i settori nei quali si dovrebbe intervenire con più incisività.

La sintesi è che le cose stanno migliorando, sia pure lentamente, ma finalmente qualcosa comincia a cambiare. 'Gli imprenditori - conclude Calisti - stanno facendo la loro parte. Alla politica non chiediamo aiuti, ma soltanto di starci vicini e di non ostacolarci. Nulla di più'.






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