ANNO 16 n° 275
Imprenditore condannato per mafia: dopo tre anni arriva l'assoluzione
18/01/2013 - 09:36

PALERMO - Li avevano presentati come i colletti bianchi a disposizione della mafia, come i prestanome di Cosa nostra, e per questo uno di loro, Vincenzo Rizzacasa, architetto e costruttore, era stato pure espulso da Confindustria nel 2009. Un calvario cominciato con il carcere, proseguito con gli arresti domiciliari, infine col divieto di dimora a Palermo, mentre è ancora in corso un procedimento per la confisca del suo patrimonio. Un incubo culminato in una assoluzione «perché il fatto non sussiste».

 

MAFIOSI CONDANNATI - Una sentenza emessa dal collegio presieduto da Biagio Insacco, a latere Roberto Binenti e Roberto Murgia, nel processo denominato «mafia e appalti». Un verdetto duro per sei capimafia: Nino Rotolo condannato a 10 anni di reclusione, Carmelo Cancemi a 8, Pietro Vaccaro a 4, Fausto Seidita e Francesco Paolo Sbeglia a 8 anni e 2 mesi a testa, mentre sconterà 2 anni Massimo Giuseppe Troia.

 

INTESTAZIONE FITTIZIA - Ben diversa la valutazione data al ruolo di Rizzacasa e di un altro imprenditore, Salvatore Sbeglia, assolti dall’accusa di intestazione fittizia, mentre in primo grado erano stati condannati a 3 anni e 4 mesi ciascuno. Assolto pure Vincenzo Marcianò che in primo grado aveva avuto 8 anni e 2 mesi. E’ stata inoltre esclusa l’aggravante mafiosa per Francesco Sbeglia, per cui è stato dichiarato prescritto il reato di intestazione fittizia. Ridotta la condanna inflitta dal gup a Antonino Maranzano condannato a 8 anni e 8 mesi, contro i 10 e 10 mesi del primo grado.

 

L’ABBAZIA SALVATA - Dal processo si scrolla di dosso ogni sospetto anche Francesco Lena, altro influente imprenditore già assolto in primo grado, verdetto confermato in appello. Un sospiro di sollievo per il proprietario di un prestigioso complesso turistico sulle Madonie, fra le colline a un’ora da Palermo, l’Abbazia Sant’Anastasia, dissequestrata in sede penale dal gup e nuovamente sottoposta allo stesso provvedimento dalla sezione misure di prevenzione del tribunale.

 

POLEMICA CONFINDUSTRIA - L’assoluzione di Rizzacasa riapre un dibattito interno a Confindustria. La sua società di costruzione, Aedilia Venusta, era stata espulsa perché ritenuta «non in linea con il nuovo codice etico dell’associazione». Fra i dipendenti, come coordinatore dei cantieri, risultava il figlio di Salvatore Sbeglia, Francesco, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma Rizzacasa, mai condannato per mafia perché l’ipotesi dell’agevolazione a Cosa nostra era caduta subito, ha sempre sostenuto di essere stato solo un benefattore, vicino a gruppi ecclesiali e del volontariato, sempre pronto a dare un’altra possibilità a chi sbagliava, ricordando piuttosto di aver fatto decine di denunce contro il racket del pizzo. Secondo il pool allora coordinato da Roberto Scarpinato, il manager sarebbe stato invece un insospettabile prestanome del gotha mafioso. Tesi azzerata dal verdetto che l’accusa potrebbe però contestare con un ricorso in Cassazione.

(Corriere.it)






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