

Dopo che, nell'arco di una notte, il vento che ha battuto per giorni, incessantemente, il golfo di Gabes ha perso di forza, il mare sta cominciando a restituire i corpi dei clandestini morti nel naufragio del battello a largo dell'isola di Kerkennah. Sono già una ventina i cadaveri che sono stati recuperati e, se le condizioni atmosferiche lo consentiranno, le ricerche proseguiranno sino a quando la visibilità lo renderà possibile. Si sta quindi avverando, con puntualità, lo scenario delineato ieri dal tenente colonnello Landounsi Tahar, comandante della Guardia costiera di Sfax, che sta coordinando le ricerche e che, da un paio di giorni, subito dopo il naufragio del barcone partito sabato dalla Libia, aveva approntato il dispositivo di recupero, allertando tutti i mezzi sotto il suo comando (insieme a quelli navali dell'esercito tunisino), che però erano stati costretti a rimanere in banchina per il mare grosso.
Con il vento sparito d'incanto, è il caldo a farla da padrone (alle 7 di questa mattina a Sfax c'erano già 24 gradi, saliti rapidamente a 30 a metà giornata e un'afa insopportabile), con un sole a picco che rende incandescenti le lastre di pietra bianchissima che pavimentano la banchina della sezione del porto riservata ai mezzi della Garde marictime, come in Tunisia chiamano la Guardia Costiera. Ed è sulla banchina che i cadaveri dei clandestini annegati in poco più di due metri d'acqua saranno adagiati prima di essere trasferiti, a bordo di ambulanze, nel centro di Medicina legale dell'ospedale universitario di Sfax e anche in altri presidi ospedalieri delle città che si affacciano sul golfo di Gabes (Sousse e la stessa Gabes), se il numero dei corpi recuperati , come tutto lascia pensare, salità in modo esponenziale nelle prossime ore. I dispersi, infatti, dovrebbero essere non meno di 200, forse 270, sul totale di più di 800 che avevano preso posto sul barcone, a detta degli stessi migranti.
Le nuove ricerche sono scattate all'alba di oggi, poco dopo le 5 ora tunisina (una in meno rispetto all'Italia) e stanno proseguendo freneticamente per evitare che un improvviso ritorno alle condizioni dei giorni scorsi impedisca alla piccola flotta di motovedette di riprendere il mare e di controllare le circa 40 miglia che separano l'isola Kerkennah (a poca distanza dalla quale è avvenuto il naufragio) alla costa. Ma restano ancora da decidere tempi e modo di intervento sul barcone, che è affondato in pochi metri d'acqua, ma capovolgendosi e adagiandosi, con la chiglia in su, sul fondale, che da queste parti è sabbioso. Probabilmente, e questo è ora alla valutazione del tenente colonnello Tahar e dei suoi collaboratori, dovranno intervenire i sommozzatori per tirare fuori i corpi rimasti intrappolati nel ventre dell'imbarcazione che, andata a fondo nel giro di una manciata di secondi, non ha lasciato scampo a coloro che ancora non erano riusciti a salire sul ponte e, quindi, a tentare di raggiungere i mezzi navali tunisini per salvarsi. La maggior parte di loro, quelli che comprendevano gli ordini dei militari tunisini, ce l'hanno fatta; altri, alcune centinaia (provenienti da Paesi dell'Africa sub-sahariana e dall'Oriente asiatico), in preda al terrore, si sono gettati in acqua annegando.
(Ansa)