



VITERBO - San Valentino, il Festival di Sanremo… E qualche accenno alla “santa pazienza” mai?, si opporrebbero i più scettici. Commercializzare una festività di matrice religiosa, invece, è un’autentica soluzione per renderla nota, avvicinabile ed estendibile anche a realtà meno raggiungibili, mentre impugnare un microfono all’Ariston è allo stesso tempo – per un italiano orgogliosamente imbevuto di Gabry Ponte – assistere all’esibizione che si porta, votare per quest’ultima, difendere le altre e difendere l’arte. No, non vogliamo essere dei duri: preferiamo sentirci romantici, con un po’ più di sole negli occhiali del dovuto!
Forse siamo un popolo che apprezza l’idillio, o che si rifugia nel suo profondo per acquisire qualche nuova forza, ma l’amore ci riscalda il mondo interiore da sempre, da quando San Valentino vescovo è diventato il patrono dei cuori nella cultura internazionale. In una tranche, come quella di febbraio, che profuma e illumina con i carnevali del Viterbese, anche l’amore, oceano senza veli, diventa allegoria di una squisita eternità: l’eternità di un momento di coppia, un’esplosione di essere (e di esseri) che scansa i cronometri, gli impegni, il panico, il tutto.
Batticuore, esitazione e benessere sono le tre parole che, come uno show sanremese, dichiara il nuovo spot di Baci Perugina: una narrazione genuina e semplice, due amanti in una stanza dimenticata dal tempo e i loro sguardi meravigliosi che si compenetrano ci fanno ancora paura, ci sembrano ancora illusioni.
E invece, lo spettatore innamorato (soprattutto della vita stessa) si sa distendere in questo spettacolo, sperando di captare qualcosa di universale che al contempo gli parli del suo essere. Del suo cuore. Dice bene la voice off, che l’amore è “Un attimo unico da togliere il fiato”: quasi un settenario di altri tempi. Eppure, a riempire gli schermi nella rapida campagna crossmediale, ci sono due giovani attualissimi!
Lui che porge il bacio incartato a lei, lei che si lascia desiderare senza scartarlo, lui che la travolge con un bacio profondo, in perfetta continuità con l’amore di taglio famigliare che lo spot natalizio di Baci ci ha proposto (una bambina che si stringe con affetto ai suoi cari, salendo su una sedia e mettendo in pratica, con una frase del cioccolatino, la sua capacità di lettura agli albori). Incantevole, no?
I Greci avevano capito meglio (e prima) di noi che l’amore ha un’infinità di rami: in primis, anzi, pròteron, la philìa, il ramo principe, l’esaltazione del valore di qualcun altro che non è proprio, ma è sé stessi al cubo. Poi lo storghè, il contatto ravvicinato e la protezione vicendevole tra chi è unito da un legame sanguigno. Ma l’agàpe, l’amore che trama vigile i mille itinerari degli amanti, danza nella cura del momento speciale come una canzone vitale: non si sa dove si va, e l’importante non è raggiungere, ma emozionarsi nel condividere e nel costante esserci.
Nessuna ricerca scientifica lo ha confermato, ma non sono i social a diffondere l’acuta, attuale resistenza al sogno: lo sono i comportamenti sgarbati verso chi crede, elogia l’amore e lo insegue, che spendiamo sia nel contatto con le piattaforme, sia nell’avvicinamento di gruppi non plurali, di singoli senza identità, di chi – o semplicemente di cosa - amplifica qualità che non possiede attraverso cinismo, insofferenza, platealità. E che se ne fa l’amore di questa riduzione, di questa paura di lasciarsi contaminare?
Se ne fa, invece. Quello di una figura-guida, come nelle religioni tradizionali, punta a redimere, a far crescere dalle mancanze. Quello di un amico, come quando ci vedevano soli e ci proponevano un tiro di pallone, ha l’obiettivo di ampliare gli spazi, senza accrescere quelli di uno a scapito di quelli dell’altro. Quello di un famigliare esiste per lesinare sui dettagli, per accettare e integrare un figlio o un fratello oltre l’intimità delle esperienze personali.
Quello di un compagno di vita, di viaggi, di intuizioni come il partner, convoglia l’astio nella ricrescita del bene, e appena vede qualcuno che dubita, non alza le spalle e scappa, ma bacia dritto e affronta il pericolo. Dedica il silenzio, come canterebbe Ultimo.
E vola verso una dimensione che a Perugia si chiama Baci, ma è solo una nocciola con un granulato morbido ricoperta di cioccolato. Solo, eh? L’amore non ha detrattori, ma chi lo minimizza resiste. Come ci insegna Perugina, che possa resistere a ogni miscredenza anche un gesto di dono, di conforto, di condivisione come l’apertura di un timido bacio. Un’esplosione minuta d’amore, ‘ché per diffonderlo non servono violini, ma strumenti in concerto.