

VITERBO - In occasione del centenario della nascita, il laboratorio del Liceo Classico di Viterbo è stato dedicato al professor Francesco Luiso. Per ricordare la ricorrenza, è stato pubblicato anche un volume fuori commercio sulla figura dell'insegnante di chimica e scienze, al quale ha contribuito, con un suo ricordo, Umberto Laurenti, allievo di Luiso negli anni Sessanta. Intervento che pubblichiamo integralmente.
di Umberto Laurenti
I viterbesi uomini di scienze con una notorietà ed autorevolezza riconosciuta in ambito nazionale sono stati appena quattro : nel '600 Cesare Crivellati medico e fisico; nel '700 Paolo Ruffini, grande matematico nato a Valentano; nell'800 Francesco Orioli medico e scienziato nato a Vallerano; nella prima metà del '900 il matematico Luigi Fantappiè.
La nota assenza nel territorio viterbese di insediamenti di produzione industriale e la carenza stessa di cultura d’impresa non hanno certo assecondato radicamento e sviluppo di una mentalità scientifica : del resto, le sole due produzioni definibili come industriali, quella medievale della canapa e quella moderna della ceramica civitonica, non potevano innescare tale mentalità, essendo estinta da secoli la prima a bassissimo valore aggiunto la seconda.
Anche i tentativi di far nascere a Viterbo Istituzioni culturali di alto livello, quale l'Istituto Clinico viterbese la cui vita pur gloriosa durò solo 50 anni dal 1770, o l'attenzione prestata alle Scienze con una apposita Sezione, oltre che alle Arti e alla Letteratura e alla Storia dalla cinquecentesca Accademia degli Ardenti, attiva fino a quasi fine '800, non hanno lasciato segni tangibili dopo la loro chiusura determinata dall’avversione della gerarchia ecclesiastica dell'epoca.
Eppure Viterbo aveva avuto la sua chance per diventare città di riferimento per le Scienze quando, in un Conclave tenutosi nella nostra città, fu eletto papa Giovanni XXI, unico papa portoghese, ma soprattutto scienziato, medico, specialista di oculistica e appassionato cultore dell’alchimia, l’antenata della chimica dei nostri tempi. Purtroppo una chance durata solo due anni, il 1276 ed il 1277: in quel biennio Giovanni XXI scrisse opere fondamentali di medicina, soprattutto oculistica, e fece arrivare in città i più noti scienziati dell’epoca, dagli inglesi Giovanni Peckham e Ruggero Bacone al matematico slesiano Witelo, che fecero fare con i loro studi progressi enormi alla scienza ottica e più in generale a tutte le scienze. Ma papa Giovanni XXI morì per il crollo di un’ala del palazzo papale, per un’esplosione dovuta all’inconsapevole scoperta con due secoli di anticipo, della polvere da sparo.
Possiamo realisticamente quindi dire che la Tuscia, certamente dotata di straordinarie bellezze naturali e monumentali, patria di brillanti studiosi di discipline umanistiche e di noti pittori, pur essendo erede naturale della grande tradizione degli etruschi, precursori della medicina,della scienza idraulica e delle costruzioni, non ha avuto una vera tradizione scientifica. La scienza torna ad essere di casa a Viterbo con la creazione nel 1980 dell'Università Statale che ha avuto fin dall’inizio e per venti anni come rettore, uno scienziato autentico quale il professor Giantommaso Scarascia Mugnozza, viterbese di adozione.
In una Viterbo sonnacchiosa, pigra, chiusa in sé stessa, bigotta e conservatrice, e certamente terreno non fertile, come abbiamo visto, per gli studi scientifici e la modernità in generale, nel 1956 giunse ad insegnare Chimica e Scienze nel nostro liceo classico, il professor Francesco Luiso. Non credo che al suo arrivo, lui che aveva avuto la sua prima cattedra nel liceo Virgilio di Roma, abbia avuto una bella impressione della nostra città, fatte salve le bellezze naturali e monumentali, esaltate quell’anno da una eccezionale nevicata.
Se questo era il substrato culturale cittadino, occorre poi aggiungere che allora la distinzione tra liceo classico e liceo scientifico era radicale. L’insegnamento di chimica e scienze non era infatti percepito dagli studenti del classico come fondamentale, a maggior ragione in un liceo, quale quello viterbese, famoso per la severità e per la grande preparazione dei professori delle materie umanistiche. E questa era sicuramente la mia percezione quando, nel 1963, finito il ginnasio passai al liceo, e conobbi il professor Luiso.
Occorre dire che le ore di chimica e scienze erano un simpatico intervallo nella pesante routine dell’orario scolastico settimanale: abbandonavamo la nostra tradizionale aula per spostarci un una grande aula con i banchi ad anfiteatro, e questo ci permetteva, almeno in quelle ore, di variare le nostre posizioni e ognuno poteva sedersi vicino a chi voleva, anche di sesso diverso! Dall’inizio però capimmo che anche con il professor Luiso non si scherzava, o meglio scherzava solo lui, anche troppo. Era un attore istrionico che occupava tutta la scena, catturava l’attenzione con le sue battute, ma il suo insegnamento era profondo, severo, esigente. A volte esagerava e ridicolizzava alcuni di noi, quelli che a lui apparivano imbranati. Una volta protestai davanti a tutta la classe, accusandolo di non rispettare il prossimo. Con mia grande sorpresa il professore non reagì alla mia critica, veramente temeraria, visto che il '68 doveva ancora arrivare, e a tutti apparve come una sua implicita accettazione della mia protesta.
Finito il liceo da pochi anni, incrociai di nuovo Francesco Luiso e ne divenni amico. Nelle lunghe chiacchierate che ci facemmo, capii che quei suoi atteggiamenti derisori e a volte offensivi, erano in realtà suoi tentativi di micro-elettroshock verso quegli alunni che vedeva amorfi, succubi, assenti: il suo era un modo per suscitare reazione ed attenzione. Una volta mi disse: io insegno cose che vi permetteranno di vivere nel mondo del futuro, non posso pretendere che tutti abbiano grande intelligenza, ma che tengano il cervello acceso sì. Credo che dicendomi così mi volesse anche far capire perché quella volta non mi aveva cacciato dalla classe. Ed io lo ricordo volentieri come professore e come amico.