

VITERBO – Se lo stato di salute di un partito si valutasse dall’andamento delle iscrizioni e, ancor di più, sulla partecipazione alle votazioni per l’elezione dei dirigenti, il Pd viterbese verrebbe ricoverato con codice rosso, quello che viene in genere assegnato ai malati in prognosi riservata.
A stilare l’infausta diagnosi sono i numeri: rispetto all’anno scorso il partito della triade Sposetti-Fioroni-Parroncini ha perso oltre 2mila iscritti, precipitando da quota 6mila circa a meno di 4mila. E a dimostrare quante iscrizioni siano avvenute “spontaneamente” c’è un altro dato, forse ancora più allarmante. Alla tornata delle votazioni per l’elezione del segretario regionale, che saranno seguite, il 12 febbraio prossimo dalle primarie aperte a tutti, si sono recati a votare nei circoli all’incirca in 2mila. Ad occhio e croce, il 50% in meno.
La situazione, se possibile, sarebbe ancora più disastrosa se venisse paragonata con le analoghe primarie del 2009, che portarono alla segreteria regionale Alessandro Mazzoli. In quell’occasione gli iscritti furono quasi il triplo e i votanti altrettanto.
Si dirà che nel 2009 il candidato segretario era viterbese, per di più presidente della Provincia in carica, quindi aveva un maggior appeal sul popolo democratico. Ma non può bastare a giustificare l’emorragia irrefrenabile di voti e di partecipazione.
Il bello, anzi il brutto e il cattivo, è che i dirigenti del Pd locale non hanno nemmeno abbozzato uno straccio di autocritica, di analisi, di riflessione su quanto sta capitando.
Si limitano a fare e disfare accordi di potere: io prendo questo, tu prendi quest’altro, lui prende quell’altro ancora. Ovviamente si parla di poltrone.
Lì avete mai sentiti parlare, a parte qualche rara eccezione, di cose serie? Ora loro risponderanno che sì. Che tutti i giorni intervengono su questo o quell’altro problema. Che si fanno in quattro per proporre, proporre, proporre. Ma che? Sono quaranta anni che sproloquiano di cose che vorrebbero vedere realizzate da chi è al potere, ma che loro stessi, quando avevano in mano il bastone del comando, non sono riusciti a realizzare. Hanno, come tutti del resto, le lancette dell’orologio politico ferme a mezzo secolo fa. Non hanno saputo “inventare” nulla di nuovo.
Ben gli sta!