ANNO 16 n° 275
Il Lazio lancia il piano anti-gambling: tanto rumore per nulla?
La Regione investirā oltre 14 milioni
06/05/2017 - 17:06

VITERBO - Seconda regione per volume di gioco con più di 7 miliardi di euro, regina delle slot machine e punto di riferimento anche nel gioco online. Stiamo parlando della regione Lazio, che nel settore gambling ha di recente confermato di essere una delle più appassionate. Arrivando all’eccesso, perché la ludopatia rimane un problema diffuso anche nel cuore dell’Italia. Un fatto inaccettabile per la regione, che ha quindi preparato un piano di contrasto al gioco d’azzardo patologico.

L’iniziativa, diciamolo subito, è più che lodevole. Soprattutto perché parte in una zona d’Italia che per forza di cose è sempre sotto i riflettori. Hanno già mosso passi importanti diverse zone del Veneto e del Trentino-Alto Adige, senza però ottenere il risultato mediatico della manovra laziale. “La regione si impegna a investire circa 14,4 milioni di euro nelle attività di prevenzione e recupero dal gioco compulsivo. Tra le novità, una riqualificazione dei servizi e l’istituzione di un Centro regionale”, si legge su un articolo pubblicato su Gaming Report . Tutte idee che possono far comodo a chi ha davvero bisogno di una mano, e se in Italia si parla di 800.000 persone a Roma e dintorni la percentuale è piuttosto alta. La capitale rimarrà però la città con più slot machine sul territorio italiano, un primato che certo non aiuterà lo scopo della legge.

Gli incentivi e i marchi “no slot” infatti non sembrano costituire un’alternativa valida agli introiti garantiti dalle macchinette. In fondo è comprensibile, visto che si tratta di circa la metà del mercato nazionale. Ma nessuno, né a livello regionale né tanto meno statale, ha pensato di intervenire con dei tagli nella quantità di centri scommesse disponibili. O meglio, qualcuno ci ha pensato, ma non ha avuto tempo (o voglia, più probabilmente) di portare a termine l’operazione. Si parla di Renzi e la sua promessa di ridurre del 30% le slot machine, togliendo sui 140.000 apparecchi dalle case da gioco italiane. Pura fantascienza, a dire la verità. Però investire qualche fondo a riguardo sarebbe stato utile, probabilmente.

L’impressione è che il governo cerchi di guadagnare un’immagine migliore tramite queste campagne, che potrebbero essere condotte in modo più efficace. Analisi recenti hanno mostrato un’immagine sconcertante del mercato del gambling: il 50% dei disoccupati hanno problemi di ludopatia. Non è difficile provare a ipotizzare le motivazioni che li spingono ad affidarsi alle macchinette, e probabilmente sono consapevoli del forte rischio che corrono. Pensare a un centro di riabilitazione per la loro brama di gioco ha un effetto limitato, perché non risolve il disagio alla base dell’atteggiamento compulsivo. Chi scommette pur non avendo bisogno di un lavoro ha bisogno di denaro, e magari sogna una rinascita sociale. Anche idee come distanziometro e limitazione delle fasce orarie non possono funzionare per chi ha tutto il giorno a disposizione. Per ulteriori passi avanti, come il controllo dell’identità del giocatore, servirebbe una rivoluzione del comparto giochi ben organizzata e ben strutturata. Una rivoluzione costosa, che non aiuta centri di recupero o centri regionali né si limita ad avvisare i cittadini. Ma toccare un settore da 96 miliardi di euro sembra una follia, in uno Stato che ne guadagna almeno 10. Molto più semplice affidare agli enti locali il compito ingrato di fingere un cambiamento, presentando in pompa magna quello che di fatto è un soccorso che rimane a discrezione del giocatore. Alla fine probabilmente si risolverà tutto con tanto rumore per nulla. Niente di nuovo per il nostro Paese.

 






Facebook Twitter Rss