

di Andrea Stefano Marini Balestra
VITERBO - Lo scorso 19 marzo i carabinieri di Viterbo fermarono un’auto ad un posto di blocco. Il conducente si dimostrava nervoso, per cui i militari vollero approfondire.
Dal baule della vettura uscirono alcuni grammi di stupefacente. I carabinieri si recarono presso la sua abitazione e li trovarono quasi un chilo di stupefacenti e l’attrezzatura per un laboratorio di spaccio: bilancina di precisione, coltelli, etc.
Scattarono l’arresto e la restrizione dell’indagato in camera di sicurezza.
L’indomani, però, il gip, nonostante parere contrario della procura, non convalidò l’arresto motivando che non era certo che il materiale ritenuto stupefacente lo fosse effettivamente e, comunque, l’arresto non venne compiuto in flagranza di reato di spaccio.
Il procuratore Capo dr. Auriemma presentò ricorso in Cassazione avverso questa scarcerazione convinto che la regolarità dell’arresto poggiava su certi elementi indiziari che l’indagato fosse dedito ad attività di spaccio.
Qualche mese dopo, gli ermellini di P.zza Cavour gli hanno dato ragione.
Bacchettato quindi il gip che non valutando i gravi elementi di indagine che indicavano il soggetto dedito allo spaccio, aveva disposto l’annullamento dell’arresto che invece era pienamente legittimo di fronte a un’indagine di sicura colpevolezza del soggetto, il quale, una volta rimesso in libertà avrebbe potuto continuare nella condotta di spacciatore di stupefacente.
La flagranza del reato, negata dal gip viterbese, è stata invece riconosciuta dalla Cassazione perché la presenza della sua dimora di materia prima (marjuana ed hashish) in buona quantità e strumentazione atta al taglio e confezionamento di dosi, andava certamente ritenuta ipotesi di flagranza per la vietata condotta di spaccio.