



VITERBO – La notizia delle 21 aree che, in provincia di Viterbo, potrebbero ospitare il deposito nazionale per le scorie radioattive, ha destato preoccupazioni nella popolazione e nelle amministrazioni. La radioattività, a livello sociologico, è uno dei pericoli che spaventa maggiormente l'umanità. Dagli ordigni atomici, passando per i disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima, si è alimentato un terrore verso un nemico invisibile e mortale, ossia le radiazioni.
Il preambolo è necessario per spiegare che un timore nei confronti dei rifiuti radioattivi è naturale, ma nella casistica di un impianto per stipare rifiuti di bassa e media attività, potrebbe essere esagerato.
Rifiuti di questo genere sono prodotti giornalmente in tutto lo stivale. A generarli sono le aziende ospedaliere e le industrie. Non esistendo un luogo unico dove conferire questo genere di scarti, in diverse regioni sono presenti dei piccoli siti in cui quest'ultimi vengono stipati, come quelli laziali a Roma e Latina. Questo, purtroppo, a lungo andare è divenuto un problema. I depositi realizzati negli anni, essendo limitati, non permettono una grande capacità di stoccaggio a scapito anche della sicurezza.
L'incarico della costruzione del deposito nazionale è stato affidato a Sogin, una società pubblica, con l'obiettivo di smantellare le strutture esistenti e centralizzare la gestione dei rifiuti nucleari. Un unico luogo in cui verranno raccolti i rifiuti di bassa e media attività, realizzato con degli altissimi standard di sicurezza espressi, a livello internazionale, dall'IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). I criteri per la scelta delle località e per la costruzione del deposito sono rigidissimi, e una volta costruita e messa in funzione l'opera, sarà lo stesso ente ad effettuare i controlli necessari per rispettare la sicurezza.
La costruzione del deposito nazionale e Parco Tecnologico potrebbe generare significativi benefici per l'economia locale. Oltre 4.000 posti di lavoro annui sono previsti durante i quattro anni di cantiere, con occupazioni dirette, indirette e indotte. Durante la fase di esercizio, si stima una media di circa 700 addetti, con la possibilità di incrementare fino a 1.000 unità grazie agli indotti. Inoltre, il territorio ospitante sarà destinatario di contributi economici, come previsto dal decreto legislativo n.31 del 2010.
Quindi, dal momento in cui, sarà rispettato un iter internazionale capace di generare degli altissimi standard di sicurezza per i dipendenti e la popolazione, il deposito nazionale potrebbe rivelarsi un prezioso asset che fornirà reddito a tutta la provincia.