

VITERBO – Armando Libergolis, esponente dell’omonimo clan mafioso, condannato a scontare 27 anni di reclusione in regime di massima sicurezza al carcere viterbese di Mammagialla, diventerà presto padre. Questo grazie alla possibilità per i detenuti sottoposti al 41 bis, il cosiddetto carcere duro, di utilizzare la tecnica della procreazione assistita. Libergolis, 39 anni, ha trascorso buona parte della sua vita dietro le sbarre. Ritenuto un esponente del ''clan dei Montanari'', famiglia mafiosa legata alla Sacra Corona Unita, presente soprattutto nella provincia di Foggia, tra il 1998 ed il 2001 aveva scontato la pena in diversi istituti penitenziari della penisola. Nel 2003 era stato però raggiunto da un’altra ordinanza di custodia cautelare, frutto di un’indagine storica, iniziata nel 1999 e terminata con il processo Iscaro-Saburo. Accusato di aver fatto parte di un’associazione mafiosa armata e dedita anche al narcotraffico, doveva difendersi anche dall’accusa che lo riteneva responsabile di diversi omicidi. In appello era stato però assolto dall’accusa di omicidio ed era stato condannato per gli altri capi d’accusa.
Ma tornando alla sentenza che riconosce anche ai detenuti pericolosi il diritto a diventare padri senza varcare la cella del carcere c’è da dire che è destinata a far giurisprudenza. Sia la Cassazione che il magistrato del tribunale di sorveglianza di Viterbo, infatti, avevano già sentenziato e stabilito la possibilità, per i carcerati, di ricorrere ai benefici previsti dalla legge numero 40 del 2004, ''Norme in materia di procreazione medicalmente assistita''. Ma questa possibilità era però concessa solo al detenuto che riusciva a dimostrare di aver avuto rapporti sessuali con il partner per almeno un anno e senza risultati, conclamando dunque uno stato di sterilità.
E’ ovvio che per un uomo recluso in regime di massima sicurezza non esiste l’opportunità di trascorrere con la propria compagna il tempo previsto dalla legge, ma Luca Ripoli, avvocato di Libergolis, è riuscito a dimostrare alla corte lo stato d’infertilità della moglie del detenuto, Maria Riccardo, e di conseguenza l’impossibilità della coppia ad avere figli. La richiesta di procreazione assistita, esternata dal detenuto nel 2013, è così stata concessa all’inizio dell’anno successivo sia dal tribunale di Viterbo che dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap).
La provetta con il liquido seminale di Armando Libergolis ha quindi potuto varcare le mura di cinta del carcere di Mammagialla e raggiungere un laboratorio di analisi di Roma, dove, nell’aprile scorso, è stato effettuato l’intervento. La futura mamma, insieme al marito, sta anche affrontando un processo penale che sembra però destinato a concludersi con l’intervento della prescrizione. I due sono accusati di aver frodato e truffato l’Agea, l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura ottenendo contributi comunitari per circa 126mila euro.