ANNO 16 n° 267
Il boato che scuote il cuore di Viterbo: se un petardo rompe il silenzio (e il futuro) del centro
Oltre le finestre distrutte in via dei Pellegrini: l'episodio riapre il dibattito sulla sicurezza
Serena
02/03/2026 - 07:02
di Serena D'Ascanio

Viterbo – Non è stato solo il rumore del vetro infranto. Il boato che l’altra sera ha squarciato il silenzio di via dei Pellegrini, nel cuore del centro storico, portando alla distruzione di cinque finestre di uno spazio culturale, ha un’eco che va ben oltre il danno materiale. È il suono di una ferita che si riapre in un tessuto urbano già fragile, un segnale che non può essere archiviato come una semplice 'bravata di pessimo gusto'.

Quando a essere colpito è uno spazio culturale, l’atto vandalico smette di essere solo un problema di ordine pubblico e diventa un attacco simbolico. Gli spazi culturali, in un centro storico che lotta quotidianamente contro lo spopolamento e la desertificazione commerciale, sono le 'sentinelle' della bellezza e del pensiero. Rompere quelle finestre significa, metaforicamente, provare a spegnere una delle poche luci rimaste accese in un quartiere che ha un disperato bisogno di cura e non di violenza gratuita.

Questo episodio riaccende i riflettori su una questione mai risolta: che tipo di centro storico vogliamo per Viterbo? Da una parte abbiamo lo sforzo encomiabile di associazioni, cooperative (come la Gea con il neonato Vittoria Social Cafè) e realtà culturali che provano a ricucire il tessuto sociale. Dall'altra, però, persiste una zona d'ombra fatta di incuria, scarsa illuminazione e una percezione di insicurezza che allontana i cittadini.

Un grosso petardo può sembrare un gesto isolato, ma è il sintomo di un disprezzo per la 'cosa pubblica' che germoglia dove non c'è presidio, dove il controllo si allenta e dove il buio prende il sopravvento sulla vitalità.

La risposta a un boato del genere non può essere solo quella di invocare più telecamere o più pattuglie. La vera sicurezza di un centro storico come quello di Viterbo nasce dalla frequentazione. Più i luoghi sono aperti, vivi e vissuti, meno spazio resta per chi ha bisogno del favore delle tenebre per distruggere.

Il danno alle cinque finestre dello spazio culturale è un monito per le istituzioni e per la cittadinanza tutta. Non basta restaurare le facciate se non si protegge l'anima che c'è dietro quei vetri. La solidarietà ai gestori dello spazio colpito deve trasformarsi in una riflessione collettiva: ogni vetrina che chiude, ogni luce che si spegne, ogni atto vandalico non punito è un passo verso la resa.

Nonostante il fumo del petardo e i detriti a terra, la Viterbo che resiste è quella che il giorno dopo è già lì a ripulire. Ma non possiamo lasciare che la resistenza sia solo sulle spalle dei singoli privati o delle associazioni. Serve un piano organico che rimetta il centro al centro, non solo come cartolina per i turisti, ma come luogo sicuro e fertile per chi decide di investirci energia e cultura.

Perché se il boato di un petardo riesce ancora a farci indignare, significa che il cuore di Viterbo batte ancora. Ma non possiamo permetterci di aspettare che l'indignazione diventi rassegnazione.






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