

VITERBO - Carissime cittadine, carissimi cittadini,
per la prima volta, ho l’onore di presiedere a Viterbo le celebrazioni per l’anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana.
L’emozione che traspare dal timbro di voce non deve però impedirmi di esprimere, insieme a tutti Voi, la fierezza e la fedeltà per questa 80sima ricorrenza.
Fierezza per la nostra appartenenza identitaria ad una Nazione e ad un Paese che ha contribuito, con l’ingegno, l’entusiasmo, la cultura, la dedizione, il lavoro e la passione dei suoi figli, al progresso dell’Europa, dell’Occidente e del mondo intero. Fedeltà ai valori della Repubblica, incarnati e proclamati dalla Carta Costituzionale:
- baluardo di libertà e democrazia;
- riconoscimento della dignità umana e dei diritti inviolabili della persona (preesistenti, nella loro assolutezza, a qualsiasi forma di potere costituito, nel contempo non esercitabili al di fuori dei rispettivi doveri e al di sopra delle società e della storia);
- dichiarazione di impegno, individuale e collettivo, per tutelarli e difenderli, consentendone l’effettivo esercizio.
Nella mia veste di prefetto e di responsabile dell’Ufficio territoriale del Governo, desidero innanzitutto esprimere, con sincera naturalezza, sentimenti di profonda gratitudine verso l’intera comunità viterbese, che fin dal mio arrivo mi ha accolto con fiducia, stima ed affetto e verso i suoi rappresentanti elettivi, a cominciare dal Sindaco del Capoluogo e dal Presidente della Provincia, per proseguire con i parlamentari europei, nazionali e regionali e per concludere con gli altri Sindaci, tutti accomunati dalla premurosa attenzione e dall’acuta sensibilità verso i problemi emergenti e le legittime aspirazioni dei cittadini, che costituiscono anche per la Prefettura un continuo sprone ad operare al meglio.
Ringrazio e saluto i rappresentanti dell’Ordine Giudiziario e delle Forze di Polizia, con i quali condivido la passione per la tutela e la difesa dei diritti e della giustizia; le massime autorità ecclesiastiche e le altre autorità civili e religiose, i responsabili della sanità, del soccorso pubblico e privato, dell’associazionismo e del volontariato, del mondo della cultura, dell’università e della scuola; gli esponenti del florido tessuto economico e produttivo, le rispettive organizzazioni di categoria e sindacali. Manifesto, inoltre, la più sincera riconoscenza verso tutte le istituzioni pubbliche e private ed ognuno dei loro componenti, che, spesso a titolo personale, con altruismo ed abnegazione, si prodigano per comprendere, affrontare e contribuire a risolvere le necessità dei fragili e bisognosi, degli emarginati, dei reietti, delle persone confinate nell’anonimato e nel buio della solitudine. Talvolta dimentichiamo che la sicurezza pubblica si persegue anzitutto attraverso l’identificazione e la cura del bisogno, che è morale, prima ancora che economico, e quindi mediante il riconoscimento della dignità umana e l’impegno concreto e costante per garantirla.
Non diversamente da quanto accaduto alle commemorazioni degli ultimi quattro anni, anche nel 2026 siamo costretti a constatare come rimanga centrale, nel dibattito istituzionale e nelle più vive preoccupazioni della gente, il tema della pace, che angoscia tragicamente ampie aree del mondo, anche quelle non attraversate da conflitti bellici conclamati, ma comunque sconvolte da un’interminabile scia di sangue, miseria, dolore e sofferenze, collettive e individuali, in processi di progressiva e sempre più aspra disumanizzazione, che sembrano inarrestabili, dove le ragioni della forza e del sopruso ottundono la forza della ragione e le ragioni del cuore.
Gli sforzi della comunità internazionale – direi meglio, l’afflato a far emergere sentimenti di fratellanza universale e di protezione delle vittime più fragili ed indifese di questa débâcle collettiva del senso di umanità - cui il nostro Paese partecipa attivamente e gli appelli che, tra i più accorati, il Pontefice e il Presidente Mattarella continuano a rivolgere ai potenti della terra, non hanno finora riscosso il successo sperato.
Le ragioni dell’evidenza affermano dunque che è difficile sperare nella pace finché continuano a rimbombare i cannoni e le grida di disperazione a squarciare il cielo.
Già Immanuel Kant, nell’opuscolo Per la pace perpetua, elencava, tra le condizioni preliminari per raggiungerla, che “Nessun trattato di pace può considerarsi tale, se è fatto con la tacita riserva di pretesti per una guerra futura” e che “Nessuno Stato indipendente può venire acquistato da un altro, per successione ereditaria, scambio, compera o donazione” (noi aggiungeremmo “con le armi o con il ricatto economico-finanziario, o ancora con la potenza dell’intelligenza artificiale”).
Né possiamo illuderci di ritenere vera fino a prova contraria l’affermazione che “la bellezza salverà il mondo”, citando a sproposito, con enfasi estetizzante, la celebre frase che Dostoevskij attribuisce al principe Mishkin nel romanzo L’Idiota, peraltro nei termini di un interrogativo, che chiama in causa la questione di un riscatto del mondo, il suo possibile affrancamento dal male, rappresentato in quel contesto da una cappa di violenza e di morte che aleggia su vicende amorose destinate a precipitare in tragedia.
La bellezza ahimè non è quella armoniosa e ideale che l’umanesimo rinascimentale ha posto a fondamento della rappresentazione artistica del reale e nemmeno quella della Tuscia viterbese che il nostro sguardo stupito può contemplare in un’alba di tramontana. Un acuto critico ha scritto che “la bellezza è il nome che Dostoevskij dà all’inequivocabile manifestarsi del bene, con i tratti dell’irremovibilità con cui la bontà custodisce la propria perseverante giustizia. E’ il bello del bene. Esso consiste nel fatto che, se necessario, perde anche la faccia, se questo serve a preservarne l’integrità”.
Tuttavia, proprio contro questa fosca e raccapricciante prospettiva di un trionfo del Male, si erge la Costituzione Repubblicana – che da quel Male apparentemente sconfitto con perdite gravissime ha tratto origine – proponendo alcuni, crediamo non banali, rimedi: il principio della libertà dei membri della società (come persone), la dipendenza da un’unica comune legislazione; la legge dell’uguaglianza di tutti (come cittadini).
Scrivevano i nostri costituenti: “Dobbiamo risolvere il grande problema di una più equa circolazione e ripartizione dei beni, messi a nostra disposizione dal progresso…Il mondo oggi è in ansia perché avverte che libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace. Libertà-Giustizia-Pace: per salvare la libertà bisogna salvare la pace, ma il regime di libertà non si salva se non si attua la giustizia sociale”.
L’idea nuova che si afferma nella Costituzione Repubblicana, allorquando essa riconosce il fondamento della democrazia “dal basso”, porta necessariamente a rivendicare nell’uomo, nella persona in carne ed ossa e non nell’individuo ideale, il principio spirituale indipendente dalla società, il suo motore dinamico.
Bandendo i localismi ed i rischi connessi al sopravvento del particolare sul generale e dell’interesse individuale sul bene collettivo, occorre dunque impedire che le società si dissolvano per dissoluzione dei loro valori etici.
Le fasi storiche che stiamo attraversando, segnate dal rapido sovrapporsi ed esaurirsi di scenari epocali (dai conflitti medio-orientali a quello russo-ucraino; dalle crisi climatiche e dagli sconvolgimenti ambientali alle migrazioni di interi popoli; dal dibattito sull’allargamento o rifondazione dell’Unione Europea ai nuovi rapporti con i Paesi emergenti; dalla crisi demografica alla senescenza del modello occidentale), ci impongono una scelta non negoziabile, che è la scelta per la partecipazione attiva e responsabile alla vita democratica ed alle istituzioni della Repubblica.
Se poi riflettiamo sulle persistenti minacce di alterazione patologica dei rapporti tra le persone, sempre più esposte ad una violenza crescente ed immotivata, che trova le sue manifestazioni più odiose nelle violenze di gruppo e nei confronti delle donne; sulle difficoltà del sistema amministrativo ad adattarsi, governandole, alle dinamiche di una società in vorticosa trasformazione; sulle problematiche poste con rinnovata evidenza dall’accoglienza e dall’integrazione degli immigrati (soprattutto quelli di seconda generazione); sul contrasto ad ogni forma di criminalità, organizzata e non; sulla necessità di valorizzare l’imprenditoria più giovane e creativa, sostenendola in un mercato globale sempre più aggressivo; sull’ineludibilità di completare i processi di rinnovamento connessi al PNRR, ci rendiamo conto che le sfide cui è chiamata la Repubblica e tutti i suoi cittadini postulano la partecipazione personale e attiva, che ha il punto di partenza nel sistema delle autonomie locali e nel mondo dell’associazionismo e della solidarietà sociale.
Desidero chiudere con una nota di ottimismo.
Quest’anno si celebra l’ottavo centenario dell’incontro di Frate Francesco con Sorella Morte.
Soltanto due anni prima, il Poverello di Assisi, a conclusione del Cantico delle Creature. sebbene ormai cieco e fortemente prostrato nel fisico, non si stancava di lodare “l’Altissimo, onnipotente, bon Signore”, soprattutto per le opere del creato. Pur non riuscendo più a vederle, egli era in grado di contemplarle con il cuore, con la gratitudine di chi sa di aver ricevuto tutto in dono.
Tra le tante interpretazioni di questo testo capitale, uno dei fondamenti della letteratura italiana, ho sempre preferito – ed ancor più oggi, in un tempo animato dal compulsivo desiderio di autoaffermazione, da una volontà di potenza che non si pone limiti – l’interpretazione, dicevo, che non vede nel Cantico di Frate Sole soltanto l’espressione di una visione idilliaca del mondo e dell’esistenza, quanto piuttosto il risultato finale di una vita spesa per gli altri.
Il Cantico, che giunge al termine di un lungo itinerario di prove e combattimenti, lascia vedere, proprio attraverso la luce e la serenità che ne irradiano, la riconciliazione, profonda e totale, di un uomo con le forze vive e originarie della sua anima.
Il creato, la sua armonia e la sua bellezza, la pace ed i suoi innumerevoli benefici si difendono solo riconciliandosi con essi, ossia vincendo l’istinto di sopraffazione e di autodistruzione, la volontà di affermarsi sempre e ad ogni costo, passando oltre le sofferenze e i bisogni altrui, arrivando a negarne la necessità e l’urgenza, se non addirittura l’esistenza, ogni qual volta essi non costituiscano semplici strumenti per affermare la nostra supremazia.
Ma esiste un altro sistema politico, che non sia quello democratico e repubblicano, nel quale ciascun cittadino può fornire consapevolmente il suo contributo, singolarmente ed unicamente decisivo, che sia in grado di sostenere e favorire la difesa del creato e delle sue bellezze?
Certo, bisognerà partecipare attivamente alla vita politica e sociale, essere cittadino in ogni accezione del termine. Come scriveva Platone nel Libro Quinto della Politeia, la comunità deve essere “quanto più possibile prossima alla condizione di un solo uomo”, nel senso che sia capace di una condivisione immediata e simultanea dei sentimenti che sono alla base dell’agire umano: il dolore ed il piacere.
E non può non tornare alla memoria il celebre discorso tenuto da Alcide De Gasperi al Palazzo delle Belle Arti di Bruxelles il 20 novembre 1948: “il regime democratico, fondato sul popolo, dipende più di ogni altro, non solo dalla coscienza morale dei cittadini, ma anche dai costumi che regolano la loro comunità.
Il popolo sovrano deve avere il senso della responsabilità di governo, il sentimento della solidarietà e della comunità, la forza morale di limitare le proprie libertà in confronto dei diritti altrui e l’energia di non abusare delle istituzioni democratiche per interessi di parte o di classe”.
Questa è l’essenza della nostra Repubblica, questa l’anima della nostra democrazia: un principio identitario che invoca la consapevolezza di sé, dell’altro e delle istituzioni, del senso di appartenenza ad una comunità, che da quella nazionale si amplia fino a comprendere quella europea e mondiale.
E’ tuttavia evidente che questa comunità, la società civile, in una parola la Repubblica, non devono attendere le tragedie, le emergenze, i disastri per compattarsi, dimostrare coesione e spirito solidaristico; né le istituzioni avvertire il senso di responsabilità o percepire la consapevolezza del fare soltanto nelle sempre più frequenti occasioni in cui viene messa alla prova la capacità di prevenire i mali, che pongono a repentaglio la sopravvivenza stessa della polis (come avrebbe detto Platone). A fondare e tenere unita e viva la Repubblica sono e saranno sempre di più l’esercizio quotidiano delle responsabilità, la coscienza individuale e collettiva dei doveri civici, la tensione costante verso l’uguaglianza sostanziale, l’impegno perseverante per la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente e della natura, la tutela del paesaggio e dei beni culturali, il sostegno dei deboli e dei fragili, l’attenzione al disagio e la promozione del riscatto sociale ed economico.
In ultima istanza – e in conclusione – è l’urgenza di lavorare quotidianamente per la realizzazione del bene collettivo quell’orizzonte imperativo verso cui pubbliche istituzioni, gruppi sociali e privati cittadini dobbiamo senza compromessi tendere la nostra azione comune, sì da poter consapevolmente affermare: viva la Repubblica! Viva l’Italia!