ANNO 16 n° 273
I campi (da basket)
dei sogni perduti
A La Quercia e all'Ellera impianti sportivi abbandonati
31/03/2014 - 02:00
Una città senza campi è una città senza futuro, almeno sportivo. Chi i campi ce li avrebbe pure, ma preferisce dimenticarseli, chiuderli o lasciarli morire, che razza di città è? Vale la pena porsi la domanda in questo brevissimo viaggio tra i playground - così si chiamano i campi da basket di strada - abbandonati di Viterbo. Un cimitero di sogni, una fabbrica di rimpianti, un'ombra che s'allunga sulla cultura sportiva (e non solo sportiva) del luogo e dei suoi amministratori.

Prima tappa, La Quercia. Nel bel mezzo di Campo Graziano, il bel parco pubblico ai margini della frazione, c'è un playground a suo modo storico. E' di cemento, ben fatto, le linee di delimitazione laterale e di tiro sono perfette. Intorno c'è il verde, i giochi per i bambini, il campo di bocce. Un ampio parcheggio. Le abitazioni sono lontane. Sarebbe il posto ideale per giocare a basket, per dare vita a quelle interminabili partite di bambini - quelle che finiscono solo quando la mamma chiama e avverte (minaccia) che la cena è pronta. Tutto perfetto, anche i tabelloni, sostenuti da solidi pali. Ma a ben guardare, ecco l'assurdità, ecco cosa manca: mancano i canestri. I ferri e le relative retìne. Senza di questi è impossibile giocare a basket, perché qui non funziona come il calcio, dove bastano due zaini buttati a terra per creare una porta da centrare o da difendere, a seconda dei ruoli. No, senza canestri non si può fare pallacanestro. E allora questi tabelloni - perfetti, ripetiamo - diventano un paradosso: braccia tese senza mani, gru verso il cielo senza niente da trasportare, alberi senza chioma di foglie.

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