

«E' finita, per me è finita. Non ho più speranze di avere un bambino. Ho perso tutto e ora pretendo giustizia. Ma cosa posso fare adesso? Ditemi, vi prego, c'è qualcosa che posso fare?». Federica implora e piange per il suo sogno spezzato, cerca una risposta che possa addolcire il male sapendo che non c'è. Le lacrime si portano via il desiderio di diventare mamma, non potrà esserlo, e le lasciano l'inutilità di un lungo dolore, quello delle cure e dei tentativi falliti.
«E' stata distrutta una parte di me e nessuno potrà ridarmela. Non erano solo i miei embrioni, erano i fratelli dei due gemelli che ho perduto alla ventiduesima settimana, erano stati concepiti nello stesso momento. Quei due maschietti li abbiamo sepolti, hanno una tomba. L'unica mia consolazione era pensare agli altri fratellini che erano lì, qualcuno ce l'avrebbe fatta. Era la sola speranza che avevo».
Federica a 33 anni non ce l'ha più e trova la forza per dirlo, per raccontare il tragitto di sofferenza che l'ha portata a un passo dalla maternità e poi a un'altra delusione e poi ancora a sperare in quella vita sospesa nell'azoto, in attesa: a giugno avrebbe tentato un nuovo impianto e forse uno dei fratellini sarebbe nato. «Siamo appena tornati dall'ospedale», Federica e il marito vivono a Roma. «Ci ha convocato il direttore del centro per parlarci con urgenza. Ha detto che era desolato, dispiaciutissimo per quello che era successo, ha spiegato che il 27 marzo si sono accorti che l'impianto non funzionava e che tutto è andato perduto. E' atroce, non riesco a crederci: a dicembre avevo pagato 250 euro perché tenessero i miei embrioni».
Erano sei più dodici ovociti, custoditi nel centro di procreazione assistita dell'ospedale San Filippo Neri. «Il prelievo l'avevano fatto il 18 aprile dello scorso anno: venti ovociti in tutto. Otto erano stati fecondati, due di questi embrioni li avevano impiantati». La gravidanza, finalmente: due gemelli, sono maschietti. Federica vede arrotondarsi il ventre e i giorni correre, il sogno avvicinarsi. «Il 24 agosto, alla ventiduesima settimana, ho un parto prematuro. I gemelli sono morti e io li partorisco, prima uno e poi l'altro. Li abbiamo sepolti, è stato un dolore che non si può immaginare.
Ma c'erano gli altri embrioni, pensavo a loro come ai fratellini. Mi tenevano in vita. E adesso mi dicono che non ci sono più. Ho una rabbia che mi brucia dentro: qualcosa dovremo fare, magari con gli altri. Una class action ammesso che ci facciamo mettere in contatto con le altre famiglie. Siamo quaranta coppie distrutte».
Federica ha una ragione in più. «Avevo già avuto una gravidanza naturale, purtroppo extrauterina. Si è fermata alla nona settimana. Una tuba è chiusa, l'altra me l'hanno tolta a febbraio. Le mie speranze finiscono qui, non potrò più avere un figlio. E dire che tra poco ci avremmo riprovato, vivevo pensando a quel momento. A giugno era già stato programmato l'intervento per un nuovo impianto.
Non ci sarà e pretendo che sia fatta giustizia». Piange, Federica, e la voce si fa debole. La stessa rabbia disperata di altre mamme mancate. «Avvieremo un'azione legale per essere risarciti», si sfoga un'altra coppia che aveva affidato al centro del San Filippo Neri la speranza di un figlio. «A mia moglie erano stati prelevati 12 ovuli». Ora non ci sono più. Per Federica e le altre è un lutto.
Ilmessaggero.it